Raccogliamo spunti su gestione dell'intervento di Cesare Romiti alla tavola rotonda: la scuola alle sfide del nuovo millennio. Per maggior fedeltà al testo preferiamo lasciare la parola al relatore senza commenti.
"La prima autentica sfida per noi e per la nostra scuola è
ancora quella vecchia: recuperare il gap di formazione e preparazione
che separa il paese dagli altri partner dell'unione europea e dalle
altre nazioni industrializzate e maggiormente sviluppate. Senza un
salto di qualità educativo e culturale risulta davvero
difficile confrontarsi con successo con gli altri.
In Italia però
abbiamo anche qualcosa d'altro di singolare. Per esempio una lunga e
antica diatriba fra scuola pubblica e privata (...)
Si può
affrontare il 2000 con questo problema aperto? A mio giudizio no.
La
" vexata quaestio " si snoda tutto fa attorno al famoso o
famigerato articolo 33 della costituzione che riconosce a e enti e
privati il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione e "
senza oneri per lo stato ".
Secondo quanto risulta
(chiaramente) dai lavori dell'assemblea costituente, il testo
letterale e ufficiale significa che i privati che istituiscono scuole
non hanno diritto di ricevere finanziamenti statali: è è
riconoscimento della cosiddetta egualianza formale, che nega in via
di principio qualsiasi discriminazione diritti. Ma non esclude che lo
stato possa concedere a vario titolo agevolazioni o contributi
diversi ".
" l'ostacolo principale e realtà è il principio
stesso che lo stato possa abdicare a un bene così prezioso, a
un servizio tanto essenziale è come quello dell'educazione
dell'istruzione. Non sembra possibile che, date le sue
caratteristiche di corrispondenza obbligatoria e di Valenza
erga-omnes, questa funzione possa essere delegata ad altri. Come si
fa a sostenere che l'eventuale introduzione della parità
avrebbe come effetto la " balcanizzazione " della società,
in quanto i cattolici si farebbero le loro scuole, gli ebrei le loro
e così via i musulmani e gli steineriani fino a tutte le
espressioni di esoterismo e ha tutte le frange settarie? Questo
vorrebbe dire che l'idea stessa di società aperta e cioè
di democrazia sta scomparendo.
La società aperta è
appunto aperta a più visioni, filosofiche e religiose, a più
colori, a più partiti, a più proposta per la soluzione
problemi, (...)
Ma forse sono balcanizzate, le società
tedesca, olandese, francese, inglese o spagnola dove esiste la
libertà di insegnamento? L'ostacolo sostanziale sta appunto
nel fatto che il medesimo articolo 33 e individua della scuola di
stato il presidio essenziale della libertà di insegnamento,
fino quasi scambiare o identificare il concetto di stato con quello
di libertà.
E non colloca pertanto la scuola pubblica e
quella privata sullo stesso piano di parità, fissa infatti in
un unico e stesso soggetto tutte le figure coinvolte in questa
funzione. Identifica cioè il garante della prestazione (la
scuola dell'obbligo è uguale per tutti) sia con le erogatore
finanziario-secondo gli obblighi fissati dalla costituzione-sia come
suo possibile l'organizzatore, che diventa anche pressoché
unico gestore, dal momento che l'accesso al privato è
considerato eventuale. Quando li ideologie sismi hanno il
sopravvento-si dice i morti seppelliscano i vivi. Per affrontare il
XXI secolo con le qualità formative che le sue sfide
impongono, occorre compiere questo salto culturale. (...)
Non si
vede perché mai, così come lo stato finanzia in vario
modo un gran numero di attività private dal marcato carattere
ideologico e svolte a fini di profitto-dall'attività
cinematografica quella editoriale, ha le più diverse
cooperative culturali-non possa alla stessa maniera finanziare anche
l'insegnamento impartito dai privati. (...)
" la scuola statale imposta dallo stato è altrettanto
sbagliato che la scuola privata imposto da movimento, da una
confessione. Per questo si parla di scuola libera e della sua
superiorità etica e pratica rispetto a quella dello stato.
Scuola libera non significa assolutamente-come si intende ad
accreditare-una scuola classista che, tutto preso dal suo
efficientismo, abbandona se stesse le persone meno dotate
intellettualmente più deboli economicamente.
Quanto si
chiede oggi al potere, ossia al parlamento e al governo, e una
trasformazione: una riforma legislativa è soprattutto
culturale, di cui sono più che evidenti le implicazioni
economiche ed umane ".
" Rottura del monopolio non vuol dire scomparsa dello
stato.
Vuol dire alzare il livello del servizio pubblico; vuol
dire pluralità di offerte. (...)
È difficile che
nasca la competizione se i singoli istituti non hanno l'incentivo ad
offrire un servizio migliore e ad attrarre così nuovi
studenti. Il valore legale del titolo di studio impone
necessariamente che una gran parte del curriculum scolastico venga
deciso, per tutti, dal centro e che gli standard richiesti siano
commisurati su questo scopo primario.
Ma c'è di più.
(...)
C'è poi una conseguenza indiretta, ma non secondaria.
Abolendo il valore legale si metterebbero fuori gioco gli istituti
(pubblici o privati) che, pur offrendo servizi pessimo, prosperano
solamente perché garantiscono, sempre comunque, il "
pezzo di carta " a cui emissione sono tutti gli effetti
abilitanti.
Questo del valore legale del titolo di studio è
noto un gordiano della scuola italiana. "
" negli ultimi anni, rispetto le condizioni politiche e
all'inerzia precedente, e sono stati compiuti passi molto importanti.
(...)
Ma le missioni della scuola del 2000 impongono ancora
maggiore chiarezza. Non si possono raccogliere le nuove sfide se non
si vince l'ultima introducendo pari dignità e competitività
a tutti i protagonisti del nuovo mercato ".
Cesare Romiti