Il fascino di Sampierdarena

Nell'affettuoso ricordo di un suo figlio

"Un luogo sacro questo. Nessuno che non abbia la coscienza a posto dovrebbe entrarvi".
Una delle mai non intelligenti battute di don Domingo Strizoli, piene di lapidaria salesiana saggezza. Dettami così ex abrupto, senza che neppure avessi intavolato con lui un discorso, mi ha fatto pensare. La lascio alla meditazione di chi legge.

SAMPIERDARENA COME VALDOCCO

Fonda Don Bosco a Torino-Valdocco l'Oratorio, che è la Casa Madre dei Salesiani, sorge a Sampierdarena nel 1872 la seconda Valdocco, copia fedele dell'Oratorio di Torino, madre e figlia, meglio ancora sorelle, due splendide creature gemelle, dello stesso padre, con gli stessi figli, i figli suoi più splendidi all'inizio: don Paolo Albera, il piccolo Don Bosco, chiamato poi don Domenico Belmonte, anima grande, splendore musicale, armonia di Sampierdarena dopo i dieci anni di don Albera. E tra gli alunni Filippo Rinaldi, altro don Bosco, e Michele Unia, eroe tra i lebbrosi ad Agua de Dios.

Salpano da Sampierdarena per le Americhe i Figli di don Bosco, per giorni in attesa trepidi dei bastimenti che partono per le lontane terre. E don Bosco in mezzo a loro nelle prime spedizioni, sempre, ad accompagnarli sulla nave, a fare le ultime raccomandazioni, ad affidarli al capitano come figli: avrebbero sofferto, corso pericoli, sentita l'ansia dell'arrivo, serbata in silenzio nel cuore la nostalgia della patria abbandonata.

A Sampiedarena la base operativa: qui l'accoglienza e l'ultimo saluto. Sampierdarena il luogo strategico della sosta e del passare, gli occhi e i passi protesi verso la Toscana e Roma; le radici spinte a spandersi verso la Francia, Nizza, Marsiglia, La Navarre in attesa.

Qui il Bollettino Salesiano; qui benedetta dall'Arcivescovo Magnasco l'Associazione dei Cooperatori Salesiani; qui l'intuizione dei Figli di Maria, le vocazioni adulte delle quali alcune eminenti e sante.

SUL FILO DELLA MEMORIA

La penna ora al cuore e alla memoria.

Esercita sui Salesiani Sampierdarena un fascino che non si spegne. È la madre, che rimane negli occhi impressa sempre; bella la madre a trenta, a cinquanta, a settanta anni, bella sempre.

una vecchia veduta

A lei si pensa da lontano, quando i tempi sono cambiati e il suo volto è mutato.

Mi capita, per fortunata vicinanza, di vedere ora il volto di questa nostra comune madre attraverso gli occhi di Stefano Sciaccaluga, che ne fu il primo cantore, e che nei mesi passati me ne ha descritti i lineamenti di quando essa era più giovane di vent'anni, prima che anch'io vi approdassi in seno e

sentirla madre nel 1941. Occhi di innamorato quelli di don Stefano, entrato alunno in collegio il 6 gennaio del 1921. Alunno, chierico, sacerdote, poi a ricoprire le mansioni del salesiano, consigliere scolastico, catechista. Infine durante la guerra 40-45 cappellano militare e da ultimo assistente ecclesiastico dall'O.N.A.R.M.O. del Cardinale Giuseppe Siri, a Genova.

E nell'appassionata descrizione personaggi raccolti negli angoli della memoria, antichi salesiani, i missionari che passavano, i grandi capi dei laboratori dei meccanici, dei falegnami, della tipografia, dei legatori, dei sarti, dei calzolai. Ognuno ricordi.

Insieme ricordiamo Eliseo Negrisolo, Carlo Luoni, Giuseppe Bellotti, Giuseppe Ancarani, Francesco Assandri, Gaetano Rustichelli, Bartolomeo Bogetti. E perché no, Casè e Macrino, i due menestrelli della festa, candide figure dei nostri ricordi questi due ultimi; e degli altri primi ognuno con la sua personalità ben scolpita, abili, scaltri, operosi, attaccati a don Bosco, difensori accaniti del prestigio dell'Opera Salesiana.

E ricordiamo la disciplina, la fatica, i consiglieri duri come capitani in campo di battaglia, la giovinezza e le passeggiate, il lavoro assiduo e la diuturna assistenza, il grande fervore delle ricreazioni, le recite, la banda, il molto studiare, il molto pregare, il molto lavorare, tutta una vita immane e densa, al pullulare di oltre seicento persone, di oltre mille persone, se contiamo nei cortili gli oratoriani al gioco e alle feste, una moltitudine grande se allarghiamo alla considerazione i parrocchiani, di don Luigi Bussi, tutta una vita a Sampierdarena; del leggendario don Virgilio Raschio, senza soste al confessionale e sul pulpito.

E venendo al tempo della guerra ricomponiamo davanti agli occhi la nobile figura di don Giulio Nervi, rifondatore della Chiesa di San Gaetano, distrutta dalla guerra nell'ottobre del 1943, quando dall'alto del campanile gli occhi di Stanislao Bilik, di Giovanni Subbrero e di un terzo salesiano videro sprofondarsi, colpita dalle bombe, la seicentesca chiesa del monastero dei Teatini.

Bussano ora alle porte della memoria, perché in San Gaetano profusero le loro ricchezze, don Enrico Briano e don Castone Baldan e associata ad essi sentiamo la voce di don De Grandis. E non possiamo andare oltre senza mandare al ricordo di ognuno la cara figura di don Ottavio Minasso, nel cui cuore arse umile e viva la fiamma della fraterna vicinanza ai diseredati, anelanti alla speranza.

E avviato verso la scuola, con in mano una pila alta di quaderni, il prof. Francesco Fogliotti vediamo, per cinquant'anni come Pitagora nella nostra ammirazione.

Da queste sommarie pennellate, da questi ricordi, legati in fascio dal richiamo della giovinezza, esala un fascino, il fascino indefinibile, ma sincero e vivo, dell'Istituto Salesiano di Sampiedarena, dove in quasi 130 anni di vita sono passati decine di migliaia di giovani; dove sono vissuti più di ottocento salesiani; da dove sono partiti con l'animo ardente quasi tutti i missionari salesiani, i quali al ritorno rifermandosi a Sampiedarena e raccontando creavano nei giovani ascoltatori, nelle famose buonenotti, un'atmosfera straordinaria di arditezze, di slancio missionario, di avventura.

Qui il flusso della memoria di proposito si ferma nella penna, che rimanda al 2002, ai 130 anni, di far leggere la tumultuosa, ricchissima vita, piena di luci, di penombre e di bagliori, dell'Istituto Salesiano di Sampiedarena.

don Miscio

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