Fin dall'antichità sono rintracciabili scritti che parlano delle giovani generazioni come se fossero la causa dell'imbarbarimento delle civiltà. Dove andremo a finire con queste generazioni di giovani? Riusciremo a mantenere alti gli ideali che hanno formato i nostri popoli? Le risposte sempre negative. Una gioventù come questa distruggerà tutto. In maniera meno drammatica ogni adulto dice: "ai miei tempi". Lo dice il nonno, il genitore, il maestro, il prete, il datore di lavoro, l'animatore, l'allenatore. ogni persona insomma che ha a che fare con i giovani. Lo dice lo stesso sedicenne che in parrocchia ha un incarico temporaneo di animazione, anche se ha un'età che differisce solo di due anni dai ragazzi che segue.
Il papa, no! Lui dice: Voi giovani .... sarete all'altezza delle sfide del nuovo millennio. Se ai miei tempi era così, voi ai vostri tempi saprete trovare la strada per fare meglio di noi. I giovani non si sentono addosso le osservazioni icastiche di rivendicazione di superiorità dell'adulto, di umiliazione di fronte agli errori inevitabili della vita, di subdola soddisfazione perché le previsioni di discontinuità nell'impegno si avverano. Si sentono dire che hanno capacità di cambiare il mondo. Per noi adulti frasi rivolte ai giovani come: "mia gioia e mia corona", sono solo citazioni di una Parola, un po' ingessata in altri tempi; per i ragazzi è stato un atto di stima, di amore, di compiacenza, di connivenza. |
"Il Signore ci ama anche quando noi lo deludiamo". Perché dopo questa frase è partito immediato l'applauso? Perché i giovani sanno di non essere sempre all'altezza delle esigenze della vita, sanno che devono ricominciare ogni giorno a credere in qualcosa, sperimentano di adagiarsi, sono tentati di dire: "ormai", si rivedono davanti le piccole e grandi infedeltà, le discontinuità, si sentono addosso i nostri giudizi non solo impazienti, ma di condanna. Gesù è diverso, la fede cristiana non è la somma dei successi, ma delle continue proposte che Dio ci fa di ricominciare.
La scelta dei brano di vangelo della domenica, impostato sull'Eucarestia e sull'incalzante dialogo tra Gesù, la gente, i discepoli è la sintesi del modello educativo che il papa offre ai giovani: determinazione, coraggio, radicalità, fino a quel "volete andarvene anche voi?" Qui si gioca la proposta della fede come caso serio della vita, non come insieme di pratiche, di emozioni, di riti. Non è facile, ma è possibile. E perché i giovani possano continuare a porsi domande di fede, a fare della fede la decisione fondamentale della vita, ciascuno è chiamato a mettersi in gioco come credente.
L'ha fatto anche il papa rileggendo la sua vita, mettendone a disposizione di tutti le scelte fondamentali, i periodi che le hanno provocate, i punti di riferimento.
In Piazza S. Pietro, dopo che in ogni parrocchia alla Messa dell'Assunta si era contemplata la fede di Maria nel Magnificat, il Papa ha detto ai giovani la sua fede: io, credo e ho creduto così, nella mia giovinezza e nella età adulta, quando affrontavo le difficili decisioni della giovinezza e quando sono diventato pontefice. E voi? Le nostre comunità sono chiamate a dichiarare la loro fede, a dire ai giovani il cammino fatto, a proporre la loro memoria viva. La lunga teoria di martiri che ha aperto la veglia ne è stato un esempio.
Durante la settimana si sono succedute a Roma varie esperienze toccanti: il pellegrinaggio alla tomba degli apostoli, la giornata penitenziale con le confessioni, la partecipazione alle catechesi, la diffusione nelle piazze della propria rilettura della fede con spettacoli, veglie, meeting. Non sono elementi nuovi come tanta stampa esalta. Vuoi dire forse che molte di queste esperienze le chiudiamo troppo nelle sacrestie o che quando le collochiamo nella quotidianità non fanno notizia e non interessano a nessuno. Le nostre progettualità di pastorale giovanile si misurano continuamente con questi elementi. Il pellegrinaggio è una esperienza che caratterizza l'educazione alla fede dei giovani, come lo è il sacramento della riconciliazione che abita tutte le "scuole della parola", i campiscuola, le feste dei giovani. Il fatto che la stampa li abbia notati ci aiuta a continuare con maggior progettualità e coraggio. L'elemento di novità forse può essere visto nel linguaggio usato: esplicito, simbolico, fatto di parole e gesti, di canto e danza, di ascolto e partecipazione di tutta la corporeità. La liturgia per i giovani non può restare ingessata nella routine anche se occorre fare i conti con la quotidianità. Quotidianità non è dare per scontato, non è ripetere a macchinetta o inserire la guida automatica, ma rinnovare ogni giorno il miracolo.
Questi giovani hanno dato l'immagine di che cosa è l'Incarnazione. Nell'anno duemillesimo dalla nascita di Gesù, questi giovani ci hanno fatto capire che essere credenti in Lui è comporre in tanti modi diversi e originali la vita di tutti i giorni con i suoi momenti di gioia e di dolore, di canto e di silenzio, di partecipazione silenziosa ai momenti culminanti della liturgia e di esplosione di vita, di preghiera e di riflessione, di ritualità e di gesti concreti, di fede e di ragione. Vestiti come tutti, con tatuaggi e piercing, in ginocchio davanti al confessore e appoggiati l'un l'altro sul prato, in contemplazione davanti alla croce e inarrestabili nella danza, in massa che sembra anonima, ma in colloquio a due a due, in ascolto e in domanda, in fila per mangiare e pazienti nel cedere il posto ad altri, in silenzio nell'adorazione e esplosivi nel canto. Hanno dato espressione alla loro fede nel raccoglimento delle chiese e nel tumulto delle piazze, nelle liturgie e negli spettacoli, con il gregoriano e con il rock. Questi giovani non mettono contraddizione tra la notte vissuta nella ricerca di amicizia e di libertà e il giorno nel duro confronto con l'impegno e con i riferimenti adulti.
La proposta più impegnativa che ne emerge è la radicalità dei vangelo. Si è sempre saputo che i giovani non amano le mezze misure, anche se in esse spesso si adagiano, come tutti. Nessuno più coi giovani sarà tentato di fare sconti, di ridurre al minimo, di adattare, sia nel proporre il vangelo, sia nel presentare la vita sacramentale, sia nell'indicare le grandi mete, sia nell'offrire passi calibrati per raggiungerle, sia nel proporre la bellezza della vocazione al matrimonio, sia nell'offrire spazi di ricerca e di decisione per la verginità per il Regno, sia nel chiamare al servizio esigente della carità, sia nel proporre impegni e responsabilità sociali. Pellegrini sulle strade del tempo, ma con nel cuore una sete di eternità. Tante volte dicevamo nei nostri incontri che occorre sporgersi verso visioni utopiche della vita, che la Chiesa deve imparare a sognare di più con i giovani come ha fatto Cristo, li Papa ce lo ha riconfermato. Il sogno è il primo approccio alla radicalità delle scelte.
Domenico Sigalini
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