Edith Stein e la "Filosofia del dialogo"

Un itinerario a 360°

la giovane dottoressa Laura Pisa

Durante i mesi di studio per la mia tesi di laurea sulla filosofia cristiana in Edith Stein, è cresciuto sempre di più il fascino che su di me ha esercitato questa donna "poliedrica". Figura dallo sguardo "a 360 gradi", ella fu una grande spiritualista e mistica, ma anche una grande filosofa che si addentrò soprattutto nel mistero della persona umana, ponendosi in una prospettiva al confine tra scienze esatte e scienze umane. La sua vicenda sprigiona una passione e un'intensità tali che è pressoché impossibile non rimanerne coinvolti. Sono soprattutto le tematiche e il modo in cui le affronta a rendere la Stein estremamente attuale e vicina alla sensibilità dei credenti del terzo millennio.

In particolare, ciò che più mi ha affascinata è l'apertura dialogica, che considero la specificità di questa figura. L'attenzione al dialogo, caratterizza in maniera peculiare non solo il suo pensiero, ma addirittura la sua vicenda umana, dal momento che esiste in lei un continuo rimando tra le due dimensioni. Siamo di fronte a un personaggio "che prende e che da" in ogni ambiente in cui si viene a trovare, lasciando i preziosi frutti del suo passaggio.

Considero ora tre aspetti in cui si esprime questa originalissima "filosofia del dialogo".

IL DIALOGO DELL'ESISTENZA.

Particolarmente significativa è la vicenda esistenziale di questa donna. Di origine ebraica, ella, nonostante avesse abbandonato la fede dei padri negli anni giovanili, si sentì sempre profondamente radicata nel suo popolo come emerge dall'autobiografia, redatta proprio nell'intento di rendere testimonianza dell'umanità" ebraica, nel momento in cui la barbarie nazionalsocialista la perseguitava con ferocia, disegnandone "una spaventosa caricatura". La conversione al cattolicesimo, non indebolì questo legame, ma piuttosto lo rafforzò, facendola sentire "erede esaudita" della promessa messianica di Dio al popolo d'Israele: la Stein, infatti, confessa che il primo frutto del suo ritorno a Dio fu il sentirsi ebrea, come ebreo era Gesù Cristo e, in virtù di questo, l'intercessione per tutti gli ebrei. La liturgia del 9 agosto, in cui si ricorda questa santa, martire e patrona d'Europa, la paragona, appunto, alla regina Ester, che esce dalla sua nazione per stare davanti al re in favore del suo popolo. La Stein percepì che una croce pendeva sui "figli d'Abramo" e decise di assumerla su di sé, divenendo vittima di espiazione, consapevole che "a chiunque fu dato molto, molto sarà richiesto".

La conversione fu come un seme caduto su un terreno fertile, in quanto fu preparata da svariati fattori che avevano segnato nel profondo l'animo della Stein. Persone che ella stimava, suoi docenti, si erano convertiti da poco e le avevano trasmesso l'entusiasmo della nuova fede, stimolandola ad interrogarsi sul discorso religioso, da tempo accantonato. Inoltre la Stein seppe fare tesoro dell'esperienza del dolore affrontato con fede dalla vedova Reinach, moglie di un suo insegnante, il quale aveva perso la vita al fronte. Anche fatti più semplici la segnarono, come lo stupore nel vedere una donna con la borsa della spesa entrare in chiesa e mettersi a pregare nel mezzo delle sue faccende quotidiane.

"Non posso pensare alla notte di San Lorenzo del 1948 senza vederla come la notte del pianto delle stelle. Lacrime di stelle erano quelle scie di luce che si spegnevano nella notte sopra il lager di Auschwitz e sopra a tutte le altre fucine di morte.
Il tuo corpo, Edith, come quello di mille e mille altri ebrei era già ridotto a un pugnetto di cenere... ma la tua anima era vivida di luce più alta delle stelle, nel divino splendore.
Ebbene in questa notte di San Lorenzo vorrei che tu mi aiutassi, non dico a capire, ma ad accettare con umiltà e fede il paradossale conflitto esistente tra la popolazione della Terra Santa - Ebrei e Palestinesi - e di conseguenza il conflitto permanentemente in atto nella città di Gerusalemme, il cui nome è "pace" e che il Signore, per bocca del salmista, definisce la "gioia di tutta la terra".
Rivalità e violenza continuano a lacerare la veste e il cuore della sposa JHWH, nella quale ha posto la sua dimora!
Su di essa piange ancora Gesù... Piange e forse piangerà a singhiozzi quando l'inimicizia dei fratelli giunge ancora allo spargimento del sangue. E nel suo pianto c'è anche quello sconsolato di Rachele, il lamento di Davide, del profeti, di Paolo apostolo e di Paolo VI, di Giovanni Paolo II in quest'anno giubilare, il pianto segreto di tutti quelli che l'ebbero e l'hanno cara fino ad oggi: Jerusalem, Jerusalem... !
Le sue mura sono diventate un simbolo non più di forza, ma di impotenza, non più di sicurezza, ma di ferita per la divisione. Eppure, accostandoci ad essa quali pellegrini della fede, si è sempre spinti a baciarne con venerazione le pietre "
(Madre Canopi, Lettera a Edith).

UN FILOSOFARE CHE È DIALOGO.

Per quanto riguarda il pensiero filosofico; ella è attenta e sensibile a tutte le esperienze, capace di farsi discepola di grandi maestri come Husserl e S. Tommaso e, al contempo, di superarli, elaborando in maniera creativa gli spunti che da loro ha ricevuto. Ella approda alla filosofia cristiana, concepita come dialogo della ragione con la fede, che le offre spunti di riflessione. Tale filosofia offre poi al credente la possibilità di dialogare con altri filosofi che non condividono i suoi stessi presupposti, ma che hanno percorso nuovi sentieri verso la verità, da accogliere, almeno in parte, con amore e rispetto. L'apertura mentale e l'assenza di pregiudizi prescritti dal metodo fenomenologico si coniugano ottimamente con l'insegnamento di Tommaso, il quale intende la ricerca della verità come un processo collettivo che si compie nei secoli

UN DIALOGARE EDUCATIVO.

Enorme importanza assume poi l'elemento dialogico all'interno della filosofia dell'educazione della Stein, elaborata in primo luogo per esigenze personali, trovandosi ella ad insegnare prima a Spira e poi a Münster. Nella visione cristiana in cui ella si inserisce, il compito educativo è inteso come realizzazione di un disegno divino: l'educatore deve saper avvertire l'orientamento a un fine posto nella natura dell'educando per indirizzarlo alla presa di coscienza del progetto che Dio ha su di lui. Perché ciò sia possibile, l'insegnante ha bisogno di conoscere la personalità di chi gli è stato affidato attraverso "l'amore e un timore rispettoso che non cerca di forzare ciò che è chiuso".

Mossa da queste esigenze, la Stein recupera il concetto di empatia già elaborato da Husserl e Scheler, ma gli attribuisce un significato più ampio e originale, andando, ancora una volta, oltre i suoi maestri. Si tratta di una modalità conoscitiva che permette di penetrare l'esperienza dell'altro, rivivendola in sé per riuscire a conoscerlo e a comprenderlo; questo non significa "fagocitare" l'altro, ma costruire uno spazio d'incontro nell'interiorità, al fine di accompagnarlo nel rispetto della sua libertà e individualità. La Stein parla di un "vivo contatto interiore" tra l'educatore e l'educando che consiste nell'interpretare il "linguaggio dell'anima" nelle sue varie forme espressive, con attenzione particolare agli elementi non verbali, quali sguardi, espressioni del viso, gesti, azioni. In questo appunto si coglie l'originalità rispetto a Husserl, originalità che, a mio parere manifesta tipica sensibilità femminile.

Fondamentale risulta dunque la responsabilità dell'educatore, che deve educare con il proprio essere e con il proprio esempio: ciò che egli dice deve essere conforme a ciò che è, altrimenti verrebbe meno la sua credibilità. Ciò porterebbe a un atteggiamento scettico degli allievi che avrebbe conseguenze assolutamente negative sul processo educativo. "I bambini a scuola, i colleghi in difficoltà, non hanno bisogno soltanto di quello che abbiamo, ma di quel che siamo", afferma la Stein, rivendicando il valore dell'individualità proprio durante un'epoca in cui questa veniva negata.

Non bisogna poi dimenticare che, nella visione steiniana, l'insegnante non è un "funzionario", ma un collaboratore di Dio, cui per primo spetta il compito educativo, perché solo Lui, in ultima analisi, conosce fino in fondo la persona nella sua individualità. Se è vero che questo rende l'educatore responsabile davanti a Dio, è anche vero, a maggior ragione, che ciò gli offre una fiducia aperta alla speranza dell'aiuto divino, che non lo lascia solo nel difficile compito educativo, ma lo sostiene e lo guida.

Originalissima poi la concezione steiniana del processo educativo: esso è presentato come un percorso comune che insegnante e allievo affrontano insieme. Si tratta di una specie di movimento "a spirale" dall'educatore al giovane e dal giovane all'educatore, per cui nell'incontro reciproco l'uno può vivere i valori dell'altro e farli propri. Entrambi escono dall'esperienza formativa cambiati e arricchiti, anche in direzione dell'autoconoscenza. L'atto empatico, infatti, peculiarità degli esseri spirituali, è l'unico modo per conoscere oggettivamente se stessi e il proprio valore attraverso la conoscenza che un altro ha di me.

medaglia commemorativa

• E. STEIN, Storia di una famiglia ebrea. Lineamenti autobiografici: l'infanzia e gli anni giovanili, Roma 1992, p.23.
• Le., 12, 48.
• Cfr. STEIN, Storia, p. 363.
• E. STEIN, La struttura della persona umana, Roma 2000, p. 51.
• Ivi, p. 51.
• E. STEIN, La vita come totalità. Scritti sull'educazione religiosa, Roma 1994, p. 73.

di Laura Pisa


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