G8

Globalizzazione: diamo a Cesare quel che appartiene a Cesare

il G8 a Genova

G8

Insomma, ognuno si assuma le proprie responsabilità. Sul G8 di Genova e sulla Globalizzazione (sempre riferita ai fatti di Genova) si è già detto, discusso e propinato, non esaustivamente ma certamente abbondantemente. Diciamolo con tutta sincerità, se neppure la Magistratura e relativo contorno politico-governativo sono giunti a concludere con una risposta chiara, certa, inequivocabile e definitiva, come posso io o altri come me, che non possiede la qualifica funzionale ed istituzionale per portare prove o sistemi inconfutabili, dirimere il problema?

Invece di una cosa ho competenza e certezza su questi fatti. E poiché da più parti si è cercato non solo di evitarne l'esposizione, ma addirittura si è anche fatto finta che non sia neppure vero, cerchiamone il bandolo.

Tutti coloro che hanno partecipato al corteo di protesta, cioè i No-Global, erano proprio tutti e marcatamente appartenenti al mondo cattolico? Proprio no! Anzi, per poterli individuare, i veri cattolici, basta rifare scorrere le cassette video o riprendere le tracce dei resoconti "questurini", per evidenziare che proprio i partecipanti cattolici (naturalmente, intendo questi non solo come fede, ma come appartenenti ai Centro Sociali), sono stati i più penalizzati perché:

Sì, ce ne sarebbe a sufficienza per redigere un pezzo di colore. Ma servirebbe? O meglio, stante la gravita del fatto, sarebbe passabile qualche amenità? O non è piuttosto doveroso dare a Cesare quel che appartiene a Cesare?

Perché il pregio o meglio il merito che i cattolici si sono guadagnati sul campo è la loro coerenza o meglio la fede che li guida e, di fronte alla "piega" di quei fatti hanno dimostrato la loro inesperienza di come si fa e si protrae una guerriglia e così, impotenti fino al terrore, non si sono peritati di nascondere anche le lacrime, ma non per i lacrimogeni.

E qui nasce la consapevolezza delle responsabilità, perché da sempre, il cattolico combatte ma non espugna, partecipa ma non sopraffa, discute ma non distrugge, alza la voce ma mai le mani. Da queste seppure sommarie considerazioni si può trarre una vittoriosa testimonianza sulla non presenza dei cattolici nei ranghi dei guerriglieri del G8 a Genova, anche se, ovviamente loro, i cattolici, c'erano ma erano lì pervenuti per ben altra manifestazione. Ma allora, è stata un'esperienza felice? Certamente sì e bisogna tenerla nel debito conto.

In primis va rilevato che il cattolico non vive il carpe diem e non si esaurisce in un evento, ma vive per intero il decorso della vita e sulle azioni che non si nascondono ne dietro un abbigliamento o maschera e neppure lanciando il sasso per poi repentinamente nascondere la mano.

I cattolici non aborrono distinguersi e non rifuggono dalle mansioni, ma non operano barbaramente per ottenere ne prestigio ne potere. È sul piano dialettico istituzionale che possono anche opporre resistenza o rifiuto al precostituito, ma non per sfasciare quanto piuttosto per cambiare. Fortunatamente, siamo ancora in una nazione e sotto un regime per il quale si va alle urne con una scheda e non con il mitra. O no?

I cattolici, e lo dimostrano su tutti i fronti dove operano, portano carità, assistenza e aiuti, vivendo nel quotidiano la loro fede disponendosi al volontariato, all'insegnamento, alla disposizione sociale. Loro, i giovani cattolici si atteggiano anche con vanto di fronte alle necessità, ma hanno come leader piuttosto un Pier Giorgio Frassati o un Don Bosco. Sono fratelli e figli della sana società e, beati loro, se la danno a gambe levate se hanno sentore del crollo delle Twin-Towers.

Il giovane cattolico è istruito e intelligente e sa in anticipo che per soppiantare un eventuale sistema dispotico bisogna agire con la forza della dialettica e della revisione istituzionale e non scardinando vetrine o Banche che, sempre, non sono solo le depositario dei potenti e dei ricchi. Anche gli onesti lavoratori (padri o nonni) depositano in banca i loro risparmi, anche se altrettanto non possono fare i devastatori, perché la loro inettitudine li estromette da una paga, da un salario, da uno stipendio, da un profitto.

Il giovane cattolico non può essere confuso nel mucchio. E, di fatto, a Genova, durante il G8 non si è lasciato confondere.

Torre e signora con don Alberto Lorenzelli e don Rinaldini

Però, in questa non confusione, bisogna operare un distinguo. Perché l'estraneità dei cattolici nel G8 non la possiamo estendere a tutta la protesta. Infatti, quando il corteo si è mosso i cattolici c'erano e come. Anzi, erano arzilli e pimpanti. Solo che si sono defilati (o meglio scappati) al voltarsi della frittata. Perché sì, i valori profondi dell'antiglobalizzazione erano, sono e saranno sempre presenti ed operanti nei cattolici, ma non possono più emergere quando li vogliono strumentalizzare deviando la loro ottica circa la necessità di ristabilire l'uguaglianza fra i popoli, la riduzione del debito delle Nazioni più povere o in via di sviluppo, il non armamento o la proliferazione nucleare e tutti quei problemi che sono le discussioni quotidiane che proprio i cattolici, se non i soli, dibattono nelle aule, con i professori, con i loro genitori, in vista di un futuro che, seppure giovani, sanno già intravedere tra difficoltà e tribolazioni.

Chi è stato a Genova di persona durante il G8, o ne ha avuto notizia attraverso i mezzi di comunicazione, sa che i valori umanitari facevano da riferimento collettivo anche e soprattutto tra i cattolici (che erano tanti), che una minoranza devastatrice li ha surclassati (ma non annullati).

Anche se in questa tornata è da constatare che hanno vinto i "ceti" cioè i professionisti della tensione sociale , un estremo politico che ha sconfitto i cittadini comuni, sia che fossero nel corteo o nei propri negozi o nelle proprie case.

Ma aggiungiamo, per concludere, con Giuseppe De Rita (Avvenire) che
"in una società capace di dinamica sociale non devono mai vincere i ceti, quale che sia la delega o la rappresentanza che li legittimano; devono vincere gli attori sociali veri. Quelli che producono i processi reali di innovazione della società. E il mondo cattolico, che non sarà mai un ceto, ha tutto l'interesse a stare dentro l'azione di tali fattori, facciano o no globalizzazione.
Tutto il resto è prigionia nella virtualità, nel populismo, nel poter dei ceti professionisti delle tensioni".

Eugenio Torre
cultore scuientifico

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