Il Don Bosco dell'Oratorio

II dinamismo nella fedeltà

Come educatore, Giovanni Bosco fu soprattutto molto pratico. "Bisogna non soltanto che i giovani siano amati, ma che si accorgano di essere amati", diceva. Questo amore lo chiama "amorevolezza": una bontà affettuosa, senza concessioni, che attinge la sua forza nell'amore di Dio.

“Nello sforzo di rilettura e rinnovamento del carisma della missione di don Bosco, occorre comprendere la legge profonda a cui si ispirava il suo operare". Così inizia la relazione don Antonio Domenech, al Convegno sull'ORATORIO "Come ponti tra la strada e la chiesa".

Di questa legge mette in evidenza i tratti fondamentali:
Una vocazione:
la chiamata ad essere presente tra i giovani, a stabilire un dialogo pedagogico e pastorale con loro, per indirizzarli a Cristo, vissuto come pienezza di vita e di felicità.
Un ambiente per realizzare questa missione
l'Oratorio concepito come casa dove si vive e si costituisce una vera famiglia, una scuola che prepara per la vita, una parrocchia che educa alla fede.
Uno stile specifico di educazione,
il Sistema Preventivo, espressione di una carità che diventa percettibile dai giovani, pervasa di serena letizia, vissuta in chiave di amicizia.
Un'apertura e disponibilità
alle nuove esigenze della realtà sociale e in particolare della condizione giovanile.

La relazione scorre in modo piacevole e convincente e chi vive in ambente salesiano respira un'aria sana che fa bene... specie se si legge integralmente. Noi sosteremo solo su alcuni punti essenziali dell'intervento. Tralasceremo la "novità" del come fare funzionare oggi il ponte tra strada e chiesa: l'accento nel duemila batte sull'andare dove vivono i giovani... Eravamo invece abituati ad aspettare che i giovani venissero a noi.

Cuore oratoriano:

"II Don Bosco dell'Oratorio", più che uno straordinario gestore di una struttura, -osserva don Domenech - si mostra come un pastore geniale che sa leggere le situazioni e dare risposte precise. Il cammino pastorale di Don Bosco con i giovani a Valdocco, costituisce quello che si chiama "criterio oratoriano". Al suo centro troviamo il "cuore oratoriano", cioè il dono di predilezione per i giovani, soprattutto i più bisognosi.

Un tale criterio vuole che si parta dai ragazzi più bisognosi e dei ceti popolari; di assicurare ovunque l'accoglienza familiare, l'incontro gratuito e il dialogo positivo; di offrire un cammino di formazione cristiana che si sviluppa nella convivenza amichevole e gioiosa, nella promozione umana e sociale.

Pedagogia della bontà

L'esperienza del Santo nasce da una spiritualità e un dinamismo vocazionale che "sostiene un cuore pastorale che ama gratuitamente e si fa amare dai giovani"; ispira il progetto educativo ; guida la vita di una comunità che condivide tale progetto; la impegna in un dialogo aperto e positivo con la realtà socioculturale in cui vive. Don Bosco ritaglia la sua pedagogia in quella di Gesù. "Gesù Cristo - scrive nella Lettera da Roma, 1884 - si fece piccolo coi piccoli e portò le nostre infermità". Ecco il maestro della familiarità. E poco dopo ripete: "Gesù Cristo non spezzò la canna già incrinata, ne spense il lucignolo che fumava. Ecco il vostro modello".

Presenza salesiana

Quando parliamo di presenza salesiana dovremmo ispirarci alla presenza di Gesù; una presenza aperta a tutti, con una cura speciale per i più poveri, ma anche verso i discepoli disponibili a seguirlo. Una presenza che comprende e condivide, ma sa anche farsi proposta esigente; una presenze che impegna tutte le risorse umane, ma che al di sopra riconosce il protagonismo di Dio e del suo Spirito.

Rini

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