Come educatore, Giovanni Bosco fu soprattutto molto pratico. "Bisogna non soltanto che i giovani siano amati, ma che si accorgano di essere amati", diceva. Questo amore lo chiama "amorevolezza": una bontà affettuosa, senza concessioni, che attinge la sua forza nell'amore di Dio.
Nello sforzo di rilettura e rinnovamento del carisma della missione di don Bosco, occorre comprendere la legge profonda a cui si ispirava il suo operare". Così inizia la relazione don Antonio Domenech, al Convegno sull'ORATORIO "Come ponti tra la strada e la chiesa".
La relazione scorre in modo piacevole e convincente e chi vive in ambente salesiano respira un'aria sana che fa bene... specie se si legge integralmente. Noi sosteremo solo su alcuni punti essenziali dell'intervento. Tralasceremo la "novità" del come fare funzionare oggi il ponte tra strada e chiesa: l'accento nel duemila batte sull'andare dove vivono i giovani... Eravamo invece abituati ad aspettare che i giovani venissero a noi.
"II Don Bosco dell'Oratorio", più che uno straordinario gestore di una struttura, -osserva don Domenech - si mostra come un pastore geniale che sa leggere le situazioni e dare risposte precise. Il cammino pastorale di Don Bosco con i giovani a Valdocco, costituisce quello che si chiama "criterio oratoriano". Al suo centro troviamo il "cuore oratoriano", cioè il dono di predilezione per i giovani, soprattutto i più bisognosi.
Un tale criterio vuole che si parta dai ragazzi più bisognosi e dei ceti popolari; di assicurare ovunque l'accoglienza familiare, l'incontro gratuito e il dialogo positivo; di offrire un cammino di formazione cristiana che si sviluppa nella convivenza amichevole e gioiosa, nella promozione umana e sociale.
L'esperienza del Santo nasce da una spiritualità e un dinamismo vocazionale che "sostiene un cuore pastorale che ama gratuitamente e si fa amare dai giovani"; ispira il progetto educativo ; guida la vita di una comunità che condivide tale progetto; la impegna in un dialogo aperto e positivo con la realtà socioculturale in cui vive. Don Bosco ritaglia la sua pedagogia in quella di Gesù. "Gesù Cristo - scrive nella Lettera da Roma, 1884 - si fece piccolo coi piccoli e portò le nostre infermità". Ecco il maestro della familiarità. E poco dopo ripete: "Gesù Cristo non spezzò la canna già incrinata, ne spense il lucignolo che fumava. Ecco il vostro modello".
Quando parliamo di presenza salesiana dovremmo ispirarci alla presenza di Gesù; una presenza aperta a tutti, con una cura speciale per i più poveri, ma anche verso i discepoli disponibili a seguirlo. Una presenza che comprende e condivide, ma sa anche farsi proposta esigente; una presenze che impegna tutte le risorse umane, ma che al di sopra riconosce il protagonismo di Dio e del suo Spirito.
Rini
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