Sono giunto alla postfazione: fa moderno! È di moda! Ma quanto ho scritto rispondendo alle esigenze del cuore, vuole andare controcorrente!
Essere un "pungolo" alla nostra coscienza, a quella dei credenti, dei religiosi, di quanti uomini e donne, avvertono che il regno del male non deve durare a lungo, ammorbando il mondo dei germi della "comunione dei peccatori":
Voglio essere controcorrente in questo "villaggio globale", che pur avendo valori positivi, non sa di casa ne di famiglia: casa dove si vive fraternamente uniti da figli di Dio, famiglia legata dal vincolo della carità, l'unica che può coprire la moltitudine dei peccati.
Voglio essere controcorrente nel
villaggio globale che ha inventato la new-economy, che crea
nuovamente gli antichi epuloni, che negano le briciole ai poveri
Lazzaro. Controcorrente in un villaggio globale che, attraverso le
immagini dell'Eldorado occidentale, distrugge la spiritualità,
ironizza sulla sobrietà della vita, considera disgrazia le
beatitudini che esaltano i poveri, i miti, i misericordiosi, coloro
che piangono, chi costruisce la pace. chi soffre per la giustizia,
chi crede nel Dio dei vivi, colui che non è un assente o un
lontano, ma prossimo ad ogni uomo, pur peccatore, fragile, debole,
insicuro. Un Dio che in Cristo si rivela a chi si sente perduto e si
nega a chi si sente giusto, superbo, ipocrita, in pari con lui. La
globalizzazione ci ha portato il mondo in casa, ma io vorrei portare
da casa nostra al globo quello che Gesù ci ha donato nel
tempo, attraverso la Chiesa, che don Bosco ci ha consegnato vivendo
con cuore oratoriano tra i giovani, in ogni parte del globo: una fede
che illumina il mistero, la speranza che lo penetra e la carità
che riscalda il cuore e ci assicura nell'incontro che avremo con Dio
nel giorno della morte, in quello del giudizio. Presenti nel "globo",
come salesiani dobbiamo dare concretezza al nostro andare
controcorrente: e la concretezza è la carità educativa,
il carisma ereditato da don Bosco, indicato da Maria e testimoniato
da mamma Margherita. Educare narrando la nostra vita, confessando le
cose in cui crediamo, per le quali siamo disposti a morire; educare
nella speranza, nella certezza che è possibile l'alba dopo la
notte, la primavera dopo il gelo dell'inverno. Educare da
"tentatori"! Della tempra di coloro che tentano sempre
qualcosa di nuovo per essere al servizio dei giovani, delle persone,
e che attraverso i mille tentativi misurano la pazienza di chi sa che
i frutti possono venire anche in stagioni lontane.
Educare convinti che solo un nuovo umanesimo, vissuto nel segno dei tempi, ci permette di varcare la porta che ci introduce nella "civiltà dell'amore" di cui parlava Giovanni Paolo II: e attraverso il ponte dell'umanità transiterà "danzando" la grazia di Dio. È l'educare evangelizzando e l'evangelizzare educando che ha distinto la nostra famiglia, salesiani e figlie di Maria Ausiliatrice, in questi anni di una vita ormai centenaria.
È educare, lasciandoci educare dai giovani, l'ultima parola di Dio, la patria nella quale dobbiamo porre la nostra tenda, pronti a tutto pur di camminare con loro, anche quando la strada si inerpica in salite vertiginose, sfiorando precipizi, nei quali potremmo precipitare se ci lasciamo abbagliare dalle "luci della città", nuova Babilonia dove tutto sorride...in superficie! No alla globalizzazione, che crea ingiustizia, abissi, che distrugge ponti! Sì alla globalizzazione che cerca di rispondere alle domande più profonde dell'uomo, della donna, del giovane, del ragazzo, della ragazza, del bimbo, della bimba. Sono anche le nostre domande, i nostri desideri:
Utopie! Faccio parte anch'io della razza dei don Chisciotte, dei profeti, che non hanno visto realizzarsi i loro sogni? Sto indicando alla famiglia salesiana strade impercorribili? Spero di no, anzi vorrei che sognasse con me e con me uscisse in alto mare... Due in altum! Il Signore non ci lascia soli! Ci ha presentato dei testimoni, che hanno tentato e sono riusciti a dare speranza: i santi, pastori, i papi; da Giovanni XXIII a Paolo VI a Giovanni Paolo I fino a Giovanni Paolo II abbiamo conosciuto gente che ha navigato in mare aperto. Hanno bisogno anche di noi, del nostro impegno: là dove siamo, stiamo dalla parte delle persone, dei giovani, della carità educativa. Importiamo in ogni paese la scuola, il lavoro, la famiglia, la fantasia, e creatività nel tempo libero. Insieme sollecitiamo le istituzioni, partecipiamo nel territorio, proviamo ad ascoltare, a dare un senso etico all'economia, rimuovendo le cause delle disuguaglianze, motivo di scontri, di divisioni. Proponiamo una cultura del vivere "bene" insieme, sosteniamo un'autorità che a livello mondiale sappia coordinare, praticare la giustizia, favorendo uno sviluppo non selvaggio, ma sostenibile.
È un sogno, ma chiarisce dove ci troviamo, quale direzione stiamo portando avanti, quali orientamenti nella rotta, dove non ci sentiamo soli: con noi il Cristo che Giovanni Paolo II ci ha indicato come "la via, la verità, la vita", invitandoci ad aprire il cuore a Lui, a diventare suo volto di misericordia, di bontà, di compassione.
Quanti anni abbiamo da mettere a disposizione? Quanti pesci? Siamo disposti a metterglieli a disposizione? Non solo per noi, ma per i fratelli dispersi "nel globo"? Se rispondiamo sì, il miracolo non tarderà a venire. A Dio i nostri sogni, a Maria la nostra fiducia e speranza, allo Spirito Santo il compito di vivificare il nostro agire.
Don Juan Vecchi
| [Torna alla pagina precedente] | [home page] |