Il ricordare con affetto
il suo sostare per cinque anni al don Bosco, il valutare in modo
equilibrato tempi e persone anche in modo critico, ma con finezza,
esprimeva un sentire in grande, un ragionare di un adulto che già
da adolescente aveva intuito il cuore, la carità pedagogica,
il distintivo della nostra vocazione salesiana.
Dall'interessante e vivace
chiacchierata nasce quest'intervista: un rispondere con chiarezza
toscana ad una pioggia di domande che coinvolgono noi e lui, una
lettura interessante della sua adolescenza passata da don Bosco.
Una fortunata occasione mi avvicina a
Sampierdarena. L'indirizzo del don Bosco mi venne suggerito da un mio
carissimo amico che, casualmente, era venuto a conoscenza di scuole
d'arti e mestieri a La Spezia e al Don Bosco di Sampierdarena. I miei
non volevano mettermi in collegio, in particolare la mamma. Fui io a
scrivere all'insaputa di tutta la mia famiglia, ad uno zio, fratello
di mio padre, titolare di un bar in questa città. Lo zio si
informò, ma non c'erano più posti disponibili. Lo
pregai di insistere... e finalmente il posto si liberò ed io
entrai, a 12 anni col numero 273... e divenni tipografo. Forse, in
parte, fui favorito dal fatto che i miei si resero subito disponibili
a pagare per intero la retta. Tanti altri ragazzi invece non
pagavano, perché le loro famiglie non potevano Tra noi queste
cose erano note e ne parlavamo. Ma era giusto così.
Quello che mi amareggia invece è
che proprio quelli maggiormente beneficiati, una volta usciti dal
collegio, non sempre si sono mostrati riconoscenti.

Vedevo voi giovani salesiani con ammirazione. Belli, intelligenti, facevate quello che ne io, ne i miei compagni avrebbero fatto. Ho davanti agli occhi Zoppi, Cipriani, Sillo, Rinaldini: eravate nel fiore della giovinezza. Dunque ammirazione per quel qualcosa di grande che c'era in voi...
Tra noi c'era un clima molto bello. Con molti sono rimasto in contatto, con altri il legame è venuto meno col tempo. Ho vissuto un clima d'amicizia con tutti. Il don Bosco lo sento mio, lì è sbocciato il mio futuro e anche la fortuna d'oggi!
Don Luigi Zoppi, che rivedrei tanto
volentieri. Era un giovane intelligente, limpido come l'acqua, un
salesiano veramente buono. Il prof. Foglietti, un mito... Ero
arrivato con le elementari malfatte. Non sapevo neppure fare la
divisione. Ero mortificato. I miei compagni sapevano cose che nessuno
mi aveva insegnato. Lui nel giro di una decina di giorni mi tirò
fuori dei guai e in poco tempo mi sono ritrovato nel gruppo alla pari
dei miei compagni. In matematica ho avuto anche don Bottazzi... ma
tanto era il panico che mi metteva addosso che non riuscivo a dire
neppure quello che sapevo. L'anno dopo, per fortuna, ritornò
Fogliotti e mi sentivo professore!
Il prof. Pastore insegnava Italiano.
Diventò amico di mio zio, quello che mi aveva trovato un posto
al don Bosco. Pastore andava spesso, di domenica, in un bar della
città a prendere un cappuccino. Un giorno si presenta: "lo
sono il prof. Pastore del.... Il barista lo blocca: "Allora lei
è il professore di mio nipote". E da allora ogni Domenica
puntuale prendeva con lo zio il suo cappuccino. Don Gregorini
insegnava Religione: con la sua pacatezza aveva sempre una parola
buona e riusciva a calmare le nostre tempeste di scontento. Al di la
di certe maniere del "consigliere" Bottazzi, erano tutti
bravi!

Non avevo nemmeno 18 anni e sono stato assunto come apprendista. Ma io ero qualificato... e dopo un mese ero "proto", perché ero il più preparato di tutti. A quel punto la mia riconoscenza per i Salesiani era enorme, perché mi avevano insegnato tutto!
Nei primi anni ho avuto Isoardi, Ferrari, quello che suonava la tromba, Ancarani e poi Stefanelli... uomini grandi che sento padri della mia formazione professionale e umana.
Sì, mi sento un ex allievo
affezionato e riconoscente. Già allora mi domandavo: "Perché
questa gente che ha capacità, istruzione, che ha tutto quello
che si può avere, sta qui spendendosi per i ragazzi? Perché
lo fa? lo non lo farei, lo non darei la mia vita per gli altri.
Questo ho colto già dal mio primo anno di presenza al don
Bosco. Tutto quello che succedeva là dentro l'ho vissuto e
filtrato in quest'ottica.
Limiti sono dove c'è l'uomo.
Qualche eccesso, legato ad una persona. Gli altri non erano così.
Tra don Gregorini e don Bottazzi, che aveva l'ingrato compito, per
altro, di tenere a freno 400 giovani, c'è un'abissale
differenza. Quante discussioni su questo argomento coi miei compagni
allora e, qualche volta, anche ora. Essi vedevano solo il negativo e
la dura disciplina, ricordavano i castighi, ma non le proprie
responsabilità. Il mio punto di vista era ed è lo
stesso: "Ma tu avresti fatto quello che loro facevano per gli
altri"? Ecco perché vivo con entusiasmo il legame con il
don Bosco.
'ho incontrato nella casa salesiana di Sampierdarena... L'ho visto operare in molti di voi. È una componente della mia vita: don Bosco è sempre con me... dal 1949 al 2002 ho sempre tenuto la sua immagine nel portafoglio... La banconota più preziosa! Alcune esagerazioni ci possono essere state, ma globalmente a questa gente vanno fatti monumenti, ma monumenti fitti! Non a caso quando mi trovo davanti a problemi pertinenti il don Bosco mi carico d'entusiasmo, che non ho per i tanti problemi che mi circondano quotidianamente. Quando faccio qualcosa per il don Bosco lo faccio per me... È casa mia!
A cura di Alberto Rinaldini.
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