Ex allievo Ottavio Dei

Cinque anni al Don Bosco che non si possono dimenticare

Conosco Ottavio Dei da 50 anni, ma quella conversazione in un ristorante della Val Bisagno è stata "positivamente" scioccante.

Il ricordare con affetto il suo sostare per cinque anni al don Bosco, il valutare in modo equilibrato tempi e persone anche in modo critico, ma con finezza, esprimeva un sentire in grande, un ragionare di un adulto che già da adolescente aveva intuito il cuore, la carità pedagogica, il distintivo della nostra vocazione salesiana.
Dall'interessante e vivace chiacchierata nasce quest'intervista: un rispondere con chiarezza toscana ad una pioggia di domande che coinvolgono noi e lui, una lettura interessante della sua adolescenza passata da don Bosco.

Come mai tu, toscano, sei capitato a Sampierdarena?

Una fortunata occasione mi avvicina a Sampierdarena. L'indirizzo del don Bosco mi venne suggerito da un mio carissimo amico che, casualmente, era venuto a conoscenza di scuole d'arti e mestieri a La Spezia e al Don Bosco di Sampierdarena. I miei non volevano mettermi in collegio, in particolare la mamma. Fui io a scrivere all'insaputa di tutta la mia famiglia, ad uno zio, fratello di mio padre, titolare di un bar in questa città. Lo zio si informò, ma non c'erano più posti disponibili. Lo pregai di insistere... e finalmente il posto si liberò ed io entrai, a 12 anni col numero 273... e divenni tipografo. Forse, in parte, fui favorito dal fatto che i miei si resero subito disponibili a pagare per intero la retta. Tanti altri ragazzi invece non pagavano, perché le loro famiglie non potevano Tra noi queste cose erano note e ne parlavamo. Ma era giusto così.
Quello che mi amareggia invece è che proprio quelli maggiormente beneficiati, una volta usciti dal collegio, non sempre si sono mostrati riconoscenti.

Ottavio Dei, Cristiano Dei, Ettore Laposani, PierLuigi Laposani

Sul filo dei ricordi come rivedi noi, allora giovani salesiani? Avevamo pochi anni più di te. Nel 1953 io avevo 20 anni... e tu eri all'ultimo anno.

Vedevo voi giovani salesiani con ammirazione. Belli, intelligenti, facevate quello che ne io, ne i miei compagni avrebbero fatto. Ho davanti agli occhi Zoppi, Cipriani, Sillo, Rinaldini: eravate nel fiore della giovinezza. Dunque ammirazione per quel qualcosa di grande che c'era in voi...

Di là dal tuo caso, com'era il clima fra voi ragazzi?

Tra noi c'era un clima molto bello. Con molti sono rimasto in contatto, con altri il legame è venuto meno col tempo. Ho vissuto un clima d'amicizia con tutti. Il don Bosco lo sento mio, lì è sbocciato il mio futuro e anche la fortuna d'oggi!

Quali insegnanti hai avuto?

Don Luigi Zoppi, che rivedrei tanto volentieri. Era un giovane intelligente, limpido come l'acqua, un salesiano veramente buono. Il prof. Foglietti, un mito... Ero arrivato con le elementari malfatte. Non sapevo neppure fare la divisione. Ero mortificato. I miei compagni sapevano cose che nessuno mi aveva insegnato. Lui nel giro di una decina di giorni mi tirò fuori dei guai e in poco tempo mi sono ritrovato nel gruppo alla pari dei miei compagni. In matematica ho avuto anche don Bottazzi... ma tanto era il panico che mi metteva addosso che non riuscivo a dire neppure quello che sapevo. L'anno dopo, per fortuna, ritornò Fogliotti e mi sentivo professore!
Il prof. Pastore insegnava Italiano. Diventò amico di mio zio, quello che mi aveva trovato un posto al don Bosco. Pastore andava spesso, di domenica, in un bar della città a prendere un cappuccino. Un giorno si presenta: "lo sono il prof. Pastore del.... Il barista lo blocca: "Allora lei è il professore di mio nipote". E da allora ogni Domenica puntuale prendeva con lo zio il suo cappuccino. Don Gregorini insegnava Religione: con la sua pacatezza aveva sempre una parola buona e riusciva a calmare le nostre tempeste di scontento. Al di la di certe maniere del "consigliere" Bottazzi, erano tutti bravi!

50 anni fa Ottavio Dei in basso a destra

Quando sei uscito dal don Bosco come ti sei trovato?

Non avevo nemmeno 18 anni e sono stato assunto come apprendista. Ma io ero qualificato... e dopo un mese ero "proto", perché ero il più preparato di tutti. A quel punto la mia riconoscenza per i Salesiani era enorme, perché mi avevano insegnato tutto!

Chi erano i tuoi maestri di laboratorio?

Nei primi anni ho avuto Isoardi, Ferrari, quello che suonava la tromba, Ancarani e poi Stefanelli... uomini grandi che sento padri della mia formazione professionale e umana.

Come mai sei rimasto così legato al don Bosco? Si intuisce ascoltandoti, si legge nei tuoi occhi.

Sì, mi sento un ex allievo affezionato e riconoscente. Già allora mi domandavo: "Perché questa gente che ha capacità, istruzione, che ha tutto quello che si può avere, sta qui spendendosi per i ragazzi? Perché lo fa? lo non lo farei, lo non darei la mia vita per gli altri. Questo ho colto già dal mio primo anno di presenza al don Bosco. Tutto quello che succedeva là dentro l'ho vissuto e filtrato in quest'ottica.
Limiti sono dove c'è l'uomo. Qualche eccesso, legato ad una persona. Gli altri non erano così. Tra don Gregorini e don Bottazzi, che aveva l'ingrato compito, per altro, di tenere a freno 400 giovani, c'è un'abissale differenza. Quante discussioni su questo argomento coi miei compagni allora e, qualche volta, anche ora. Essi vedevano solo il negativo e la dura disciplina, ricordavano i castighi, ma non le proprie responsabilità. Il mio punto di vista era ed è lo stesso: "Ma tu avresti fatto quello che loro facevano per gli altri"? Ecco perché vivo con entusiasmo il legame con il don Bosco.

Che cos'è per te don Bosco?

'ho incontrato nella casa salesiana di Sampierdarena... L'ho visto operare in molti di voi. È una componente della mia vita: don Bosco è sempre con me... dal 1949 al 2002 ho sempre tenuto la sua immagine nel portafoglio... La banconota più preziosa! Alcune esagerazioni ci possono essere state, ma globalmente a questa gente vanno fatti monumenti, ma monumenti fitti! Non a caso quando mi trovo davanti a problemi pertinenti il don Bosco mi carico d'entusiasmo, che non ho per i tanti problemi che mi circondano quotidianamente. Quando faccio qualcosa per il don Bosco lo faccio per me... È casa mia!

A cura di Alberto Rinaldini.


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