Il mio ricordo di Don Bosco

Sono onorato e profondamente grato per l'invito rivoltomi, di rendere una testimonianza sulla seconda Valdocco, alla luce del mio breve (due anni) ma intenso periodo di formazione a Sampierdarena.

La famiglia

Ho accettato volentieri, ma debbo precisare subito che probabilmente non sarà una tetimonianza imparziale. I miei rapporti con don Bosco risalgono infatti a molto tempo prima che io nascessi: al 4 settembre 1881, quando - con una lettera autografa lasciatami da mio padre, che conservo gelosamente - don Bosco, firmandosi "umile servitore ed amico in Gesù Cristo", scriveva a mio bisnonno da San Benigno Canadese:

"Illustrissimo signore Allorché la S. V. compiacevasi di passare alcune ore con noi, pareva che qualche raggio di speranza spuntasse nel nostro cuore sulla guarigione del Suo figlio infermo, Dio ha disposto altrimenti e Dio sia benedetto in tutte le cose. Quel Suo figlio dava buone speranze di un lieto avvenire, era un fiore del paradiso terrestre che Dio volle trapiantare nel paradiso celeste per cui era già maturo. Ho pregato per lui, ed ora non mancherò di pregare per Lei o rispettabile Signore, per la Sua Signora Moglie e per tutta la Sua famiglia.
Dio li benedica tutti e tutti conservi in buona salute e nella sua Santa Grazia.
La ringrazio della offerta che fa di prestarsi in favore della nostra opera, io mi auguro qualche occasione di poterla servire in qualche cosa di cui sia capace.
Ho speranza di poterla riverire a Torino mentre ho lavori disposti in Prefettura".

Fu a seguito di quella lettera e della devozione della mia famiglia a don Bosco che quando nacqui - nel 1940, in un momento molto difficile per la mia famiglia, come per tantissime famiglie italiane e per il Paese - mi venne imposto il nome di Giovanni Maria (legandomi a don Bosco e a Maria Ausiliatrice), che festeggio il 31 gennaio. Confesso che quel nome - lungo; che si prestava a facili prese in giro per via della parte femminile: che mi impediva di festeggiare l'onomastico il 24 giugno, come tutti gli altri Giovanni - non lo capivo e mi dava qualche fastidio. Proprio per spiegarmene il significato, una brava zia - che scriveva libri per la scuola - ne scrisse uno intitolato "Don Bosco, l'amico dei ragazzi" (pubblicato, mi sembra, nel 1949) con la storia della vita del santo, dedicandolo a me.

A Torino

Fu allora - dopo una prima frequentazione dei salesiani in terza elementare, all'Istituto Richelmy di Torino - che cominciai a capire l'importanza e il significato di don Bosco e soprattutto il suo messaggio di gioia e di allegria, particolarmente affascinante e nuovo per me, bambino abituato a considerare la santità come un qualcosa di estremamente lontano, inarrivabile e sacro, che incuteva un timore reverenziale.

A Sampierdarena

È un messaggio che ritrovai a Sampierdarena, quando frequentai nel 1954 e nel 1955 la quarta e la quinta classe del ginnasio, in un momento particolarmente importante per la mia formazione. Era un collegio serio (ricordo che gli interni, come ero io, entravano all'inizio dell'anno scolastico e tornavano a casa soltanto per le vacanze di Natale, di Pasqua e per quelle estive: ciò che era ostico per chi, come me, abitava in Genova a poca distanza dal collegio); si studiava parecchio (ho imparato, e ricordo ancora, il greco e il francese; ho ricominciato a studiare la matematica, che avevo trascurato completamente nelle scuole medie); ma vi era anche tanta allegria.

L'allegria

Si trattava, io credo, dell'allegria di cui Don Bosco, ha impregnato la sua vita e il suo apostolato: da quando, ai Becchi, faceva l'acrobata e il prestigiatore per catturare l'attenzione degli altri, utilizzando già allora il proprio istinto, il carisma, la concretezza e la capacità di organizzazione; da quando, allora, aveva insegnato ad un merlo a cantare, fischiando; da quando a Chieri, alla scuola secondaria, aveva fondato la società dell'allegria, il cui statuto prescriveva a ogni socio di "introdurre conversazioni e divertimenti che contribuiscano a far stare allegri; è vietata la malinconia e ciò che è contro la legge di Dio"; da quando, sempre a Chieri, nel 1834, concluse vittoriosamente la sfida lanciatagli da un acrobata che scherniva gli studenti: ma la concluse con un pranzo, in cui l'acrobata riebbe il suo denaro perso con la sconfitta e ritrovò la serenità.

È la stessa allegria, credo, che il santo dovette avere nel 1845, quando spedì in carrozza al manicomio, con un'astuzia, i due gentiluomini saggi che erano venuti a trovarlo per ricoverare lui, nella convinzione della gente per bene che il suo entusiasmo e il suo ottimismo per l'opera che aveva in testa e in cui ben pochi credevano, fosse frutto di allucinazioni e non di un disegno provvidenziale.

È l'allegria che don Bosco non abbandonò mai e che nel 1884, durante un'intervista, la prima cui un santo si sottopose, ed anche questo è significativo - a un giornalista del Giornale di Roma, che gli chiedeva cosa pensasse dell'avvenire della Chiesa, gli suggerì di rispondere "i profeti siete voi giornalisti!"

Ma è un'allegria importante e profondamente significativa come momento essenziale dell'istruzione e soprattutto dell'educazione, della vita in comune; è l'allegria che nasce dall'ottimismo, dalla fiducia nella Provvidenza (e tanti interventi di quest'ultima accompagnarono lo sviluppo di Valdocco) e negli altri, soprattutto nei giovani; è l'allegria - antitetica alla paura e all'invidia – che scaturisce dall'entusiasmo e dal coinvolgimento in un'impresa comune, e che è contagiosa. Ed è l'allegria sintetizzata da Domenico Savio, con l'avvertimento ad un amico che frequentava l'oratorio per la prima volta, "noi facciamo consistere la santità nello stare allegri" delle accademie, delle castagnaio, dei carnevali, dell'orchestrina di armoniche a bocca, che ricordo come momenti profondamente significativi del mio soggiorno a Sampierdarena: non meno significativi della consacrazione di san Gaetano, e della partecipazione alla schola cantorum in tale occasione.

Infatti, quell'allegria che è l'espressione dell'agire insieme, è strettamente connessa all'altro messaggio peculiare che ho ricevuto dall'educazione salesiana e che conservo gelosamente: la solidarietà.

La solidarietà

Mi hanno sempre colpito - da quando, bambino, mi portavano al santuario della Consolata – la figura di Giuseppe Cafasso e il suo apostolato con i carcerati e i condannati a morte; così come, dai racconti che mi facevano e poi da una visita, rimasi fortemente impressionato dalla Casa della Divina Provvidenza del Cottolengo. Erano, sin da allora, sensazioni e immagini della profonda civiltà e tradizione di solidarietà piemontese, vieppiù necessario in una città che si confrontava con lo sviluppo industriale e con tutto il suo seguito di ingiustizie sociali e di alienazione. Ho trovato e non io soltanto - uno stretto collegamento fra don Cafasso, il Cottolengo e don Bosco, che d'altra parte si conobbero e credo si influenzarono reciprocamente: è il collegamento della solidarietà, della attenzione agli emarginati, ai più deboli, ad alcuni fra i "meno uguali", per usare il linguaggio attuale dell'articolo 3 della nostra Costituzione: i carcerati, i malati, i ragazzi.

È un messaggio di solidarietà che mi ha accompagnato nella mia formazione, a Sampiedarena e anche dopo, particolarmente quando, di recente, sono stato chiamato a compiti istituzionali che riguardavano molto da vicino una di quelle categorie di soggetti deboli (i carcerati). La solidarietà di don Bosco è una solidarietà moderna, concreta, operosa; che coltiva il senso sociale del lavoro, il rispetto reciproco e l'aiuto fra compagni, la sinergia fra studio e lavoro, il senso civile e sociale; che salda fra di loro la dimensione religiosa e quella umana, al pari della sua allegria.

Giovanni Maria Flick

Penso, a questo proposito, al feeling fra don Bosco e un mio lontano predecessore, il ministro della giustizia piemontese Rattazzi, che - non ostante la meritata fama di anticlericale e di mangiapreti fu sempre favorevole al santo; fu anzi lui a suggerirgli di organizzare la sua opera non come una congregazione, ma come "una società religiosa che davanti allo Stato fosse una società civile". Penso all'impegno dei giovani dell'oratorio, nell'estate del 1854, durante l'epidemia di colera che investì Torino: un impegno in cui l'aspetto religioso (don Bosco promise ai ragazzi che, se fossero rimasti in grazia di Dio, non avrebbero preso il colera: e in effetti nessuno di essi si ammalò) era strettamente connesso all'impegno sociale del trasporto e dell'assistenza dei malati.

Quando rifletto all'evoluzione dell'oratorio - dai 35 giovani del 1852 ai 1200, fra interni ed esterni, del 1862; alla realizzazione in quel periodo di laboratori, scuole domenicali, scuole serali e scuole di musica; al fatto che alcuni dei primi contratti di apprendistato stipulati in Italia (un vero e proprio fatto di rivoluzione sociale) sono stati predisposti da don Bosco; alle dimensioni attuali dell'impegno salesiano nel mondo - mi sembra che il suo messaggio di solidarietà sia una anticipazione pragmatica, moderna e concreta di alcuni fra i principi fondamentali della Costituzione del 1948: il principio solidaristico, quello personalistico, quello lavoristico. E non mi stupisce il fatto che don Bosco sia stato il primo santo della storia per il quale lo Stato, il giorno dopo la sua canonizzazione nel 1934, abbia sentito il dovere di farne una celebrazione civile, in Campidoglio.

Lezioni per oggi

Per questo il messaggio di allegria e di solidarietà di don Bosco - che ho avuto la fortuna di ricevere a Sampierdarena - mi ha colpito allora e continua a colpirmi oggi, per la sua attualità e la sua universalità, mentre entriamo nel terzo millennio, di fronte a un mondo che è diventato un villaggio globale nel quale, grazie all'evoluzione scientifica e tecnologica, sono forse aumentate le risorse disponibili, ma certamente sono anche aumentate le disuguaglianze nell'utilizzazione di quelle risorse e quindi la fascia dei soggetti e dei popoli deboli, emarginati e "meno uguali"; nel quale è sempre più difficile – ma è sempre più urgente, per realizzare una globalizzazione dal volto umano – conciliare le prospettive di essa, troppo unilaterali e mirate alla dimensione economica e del mercato, con i valori della solidarietà; nel quale l'insicurezza e l'incertezza, insieme con la paura, l'invidia e la violenza, appaiono predominanti; nel quale, quindi, quel messaggio di allegria e di solidarietà che don Bosco ci ha lasciato, diventa una traccia fondamentale. E vorrei in qualche modo cercare di poter fare mia la testimonianza su Don Bosco di un italiano molto amato, Sandro Pertini, il quale disse l'ho imparato nella scuola salesiana un amore senza limiti per tutti gli oppressi e i miseri: la vita mirabile del Santo mi ha iniziato a questo amore!

Questa - anche se evidentemente non sono capace di tradurla nel pragmatismo e nella concretezza dell'opera, come lui insegnava e faceva - è la testimonianza che posso in qualche modo dare anch'io di don Bosco. E mi auguro che, quando ne avrò bisogno, possa essere lui a testimoniare per me, in modo ben diverso, adempiendo a quella promessa che fece al mio bisnonno.

Giovanni Maria Flick
Intervento per la presentazione di "La seconda Valdocco
I Salesiani di don Bosco a Genova Sampierdarena"
Genova, 7 giugno 2002

I titoli delle sezioni sono della redazione

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