Referendum sui buoni scuola
Il 27 aprile 2003 resta un giorno da
dimenticare. La battaglia referendaria sui buoni scuola si è
conclusa con una sconfitta per tutti. Ha perso la scuola nel suo
complesso, statale e non statale:
- per aver creato un irrigidimento
di posizioni opposte che non hanno ragione di essere. Entrambe le
scuole offrono un servizio educativo e culturale ai cittadini di
domani;
- hanno perso le famiglie perché
hanno subito una lotta ideologica fuori posto e anacronistica. È
prevalsa una informazione di parte e arrabbiata addirittura;
- hanno perso gli alunni e le
famiglie che si vedono impoveriti di 13 miliardi circa di vecchie
lire, spesi per un referendum inutile e dannoso... se si tiene conto
che la posta in gioco era di solo 1 miliardo e mezzo. Abbiamo perso
tutti perché i 13 miliardi sono quelli dei contribuenti. Il
primo referendum regionale avrebbe meritato ben altre motivazioni;
- hanno perso le forze politiche
che non hanno sfruttato l'occasione per un dialogo costruttivo e
lungimirante per il bene della scuola della nostra Regione. Invece di
perdere tempo a raccogliere firme per un referendum era più
produttivo impiegare il tempo per varare una legge sul "diritto
allo studio". Una legge che tenga conto di tutte le famiglie e
gli alunni della scuola statale e non statale.
E adesso? Che fare? Guardiamo tutti
insieme avanti. Facciamo cadere il residuo delle barriere
ideologiche, uscendo dalla nostra situazione anomala al resto
d'Europa (persino i paesi ex comunisti oggi riconoscono la parità).
Mettiamoci attorno ad un tavolo per
costruire il futuro della scuola, consapevoli che quanto ci unisce è
superiore a quanto ci divide.
Mi pare doveroso ribadire, in sintesi,
quanto altre volte ho sottolineato:
- la piena parità scolastica non
è un privilegio per alcuni, ma il riconoscimento di un diritto
civile di tutti (in particolare per le famiglie più
disagiate);
- essa non è solo una conquista
di civiltà giuridica, ma un contributo a migliorare il sistema
scolastico complessivo, stabilendo tra le varie scuole un confronto e
una collaborazione per offrire agli studenti, alle comunità
familiari e sociali un servizio di qualità;
- l'attuale legge deve essere
integrata, partendo con chiarezza dal principio dei diritti
soggettivi degli allievi e delle famiglie, a cui corrisponde
l'offerta formativa di tutte le istituzioni scolastiche del sistema
nazionale di istruzione a parità di condizioni sia giuridiche
che economiche.
- "La pari condizione tra le
famiglie – un principio che in tutti gli altri paesi tutela da
tempo il diritto a scegliere i percorsi educativi più
attinenti ai valori individuali e agli obiettivi di realizzazione
personale degli studenti - attiene al principio di un sistema
integrato nelle sue componenti statali e non, per un reale passaggio
alla scuola di tutta la società civile!" (Moratti, 16
luglio 2001).
Ci auguriamo che tutte le forze
politiche, sindacali e l'intera società civile, traggano le
debite conseguenze, con iniziative concrete che portino a quanto più
volte dichiarato da parte della maggioranza governativa e di non
poche adesioni dell'opposizione. La "scuola" è un
bene comune, a cui tutti devono contribuire. Attendiamo una "buona"
legge regionale sul "diritto allo studio" (per tutti!).
| don Alberto Lorenzelli |
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| del 27/04/2003 |