Siviglia, mercoledì 9 marzo a. D. 1554
Caro amico ¹
la tua lettera mi è giunta proprio ieri, giorno la cui data è, per me e per la
mia dinastia, memorabile. Ricorreva, infatti, esattamente il centesimo
anniversario della nascita del mio illustre nonno.
Quando ho aperto la busta da te inviatami e ne ho letto il contenuto, devo ammettere di non aver prestato fede all'istante a ciò che mi scrivevi, così ho deciso di cercare qualche informazione tra la documentazione del viaggio dei mio avo. Non ci potevo credere: quando ho trovato la descrizione di un indigeno molto simile a quello di cui mi parlavi nel tuo scritto, ho dovuto riconoscere che avevi ragione nell'affermare che i nostri antenati si erano conosciuti.
Ma se, come mi hai scritto, credi che fra loro ci fosse amicizia, perché sei convinto che i coloni abbiano portato nelle Americhe nient'altro che mutamenti ostili al vostro stile di vita? Questa convinzione da parte tua rattrista molto il mio animo.
E poi non è vero che i viaggiatori partiti dalle coste europee sono stati un fattore negativo per voi; ben altro è stato, poiché hanno portato la civiltà nel Nuovo Mondo. Renditi conto di cosa eravate prima dell'arrivo degli europei, delle loro idee, della loro civiltà, della loro umanità. Eravate delle bestie, «humunculi²" privi di cultura e di leggi, senza alcuna proprietà ne autorità. Non definirci caratteristica umana praticare l'antropofagia: svariate volte, mio nonno mi ha raccontato di aver visto carni umane appese nelle abitazioni indigene.
Fortunatamente, invece, vi sono state trasmesse dagli encomenderì le nostre leggi, i nostri principi morali, quali la lealtà ed il coraggio, ma, più importante d'ogni altra cosa, abbiamo importato in quei lontani e primitivi territori il messaggio evangelico di Dio, Signore Nostro, offrendovi la salvezza. Non credere che la nostra opera di civilizzazione nei vostri riguardi non abbia presentato per noi alcuna difficoltà. La scoperta dell'esistenza di una terra a noi sconosciuta prima del 1492 ha completamente stravolto le nostre tradizioni, in tutte le direzioni. Le teorie geografiche e cosmografiche sono in gran parte crollate: per molti secoli abbiamo pensato che la terra fosse piatta, ma la circumnavigazione del globo compiuta circa trent'anni fa da Ferdinando Magellano ha dimostrato l'errore. Come spiega Antonio de Nebrija nel 1498, acqua e terra formano una superficie sferica. Le idee aristoteliche, fino a quel momento intoccabili, trasmesse per generazioni insieme all'interpretazione indiscussa della Bibbia, hanno quindi cominciato a separarsi dalla ricerca empirica. Ora che conosciamo interamente la superficie terrestre, troviamo ancora, fra i nostri intellettuali, molte e accese discussioni circa l'entità, la struttura, la collocazione e, soprattutto. la dimensione della Terra.
Anche la Chiesa si è trovata, e per molti aspetti si trova ancora, dubbiosa circa il trattamento e il metodo di giudizio da utilizzare verso di voi, popoli che non conoscono alcuna religione e tanto meno il Cristianesimo. Si domandava se Dio tenesse conto di voi anche se voi non tenevate conto di lui; si chiedeva cosa il Signore volesse facessimo nei vostri confronti. Inoltre, con la conoscenza della vostra esistenza, ci si è posti il problema di capire se l'umanità sia monogenica o frutto di una poligenesi.
Nonostante tutti gli sconvolgimenti che voi avete apportato alla nostre concezioni, sono convinto che i vantaggi nati dalla conoscenza tra noi europei e voi indigeni siano stati piuttosto giovevoli. Ammetterai che, grazie al nostro avvicinamento a voi, avete potuto apprendere in poco tempo quello che noi abbiamo scoperto a fatica in migliala di anni. Da parte nostra, abbiamo saputo usufruire degnamente delle risorse per voi eccessive o addirittura inutili: parlo del cristallo, dei metalli preziosi, in particolare l'argento e l'oro, che hanno persino modificato il nostro sistema monetario, dei cospicui commerci con voi e con il Vecchio Mondo di prodotti sconosciuti agli uni e agli altri.
Vi abbiamo infatti fatto conoscere alcuni prodotti come, ad esempio, il riso, il grano, la canna da zucchero, e vi abbiamo insegnato le tecniche più avanzate di agricoltura e allevamento; per contro, abbiamo donato all'Europa il mais, la patata, i fagioli, il pomodoro, il cotone, il pepe, la manioca, il cioccolato, il tabacco, l'oppio, nuove spezie, un nuovo tipo di legno che siamo soliti chiamare "brazil". Siamo stati capaci di carpire dai "guaritori" indigeni le potenzialità di molti medicinali e tecniche curative che hanno affascinato non poco i nostri medici e i nostri botanici: abbiamo acquisito la conoscenza di piante, erbe, radici con virtù medicinali, gomme, semenze, frutti e pietre utili nella farmaceutica; osservando gli indigeni, abbiamo colto dagli alberi i liquori quali il "copal", la "tacamataca", il "fico infernale", il "liquidambar" ed il famoso "Balsamo della Mecca".
Spero, con questi miei pensieri, di averti fatto cambiare idea riguardo alla tua "repulsione" contro i coloni, come tu l'hai definita. Se non ho raggiunto il mio scopo, mi auguro almeno di smuovere nel tuo animo qualche riflessione che sarei lieto se tu volessi condividere con me, in attesa di una tua epistola di risposta, ti riverisco e ti mando i miei omaggi.
( Ferdinando Vespucci ) Marco Tagliavini
¹ II tema vuole far notare come molti uomini dei Cinquecento provassero un senso di superiorità rispetto agli indios: Ferdinando, un immaginario nipote di Amerigo Vespucci, scrive in risposta alla lettera di un indigeno che mostra l'odio da lui nutrito verso i coloni europei.
² Sepùlveda, Trattato sulle giuste cause della guerra contro gli indi, 195 1, p. 35
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