I Bororo a Genova

Hanno vissuto nella Comunità del don Bosco e lavorato alla mostra "SONO BORORO", esposta nel castello DeAlbertis della città, nel museo delle culture del mondo. Li abbiamo intervistati.

Come nasce l'idea mostra Bororo a Genova?

La mostra "lo sono Bororo" a Genova è il risultato di un dialogo d'amore fra i ricercatori e le istituzioni coinvolte non solamente con la cultura di un popolo, ma con persone che - anche se sono state vittime della storia del Brasile coloniale conservano i valori fondamentali della loro cultura, cioè, quello che pensavano riguardo alla vita e la morte. Uno dei valori sempre conservato da questo popolo unito è quello della reciprocità: ogni bene ricevuto dal gruppo o da un individuo deve essere ricambiato con un altro delta stessa grandezza. Essendo stati beneficiati con un progetto di ricerca e valorizzazione della cultura Bororo nel villaggio di Meruri, i Bororo hanno sentito la necessità di ringraziare le "Missioni Don Bosco" con un'esposizione che racconta come sono i Bororo oggi nel modo più reale possibile, quindi con la totale partecipazione della comunità.

Aivone Carvalho (dottoressa museologa)

Come è sentita la presenza dei Salesiani nel Meruri dai Bororo?

I Bororo a Genova

I missionarì Salesiani a Meruri sono molto rispettati. Non esiste, oggi, alcun sentimento di avversione verso di loro nella comunità. Anche se nel passato il popolo Bororo ha sofferto parecchie perdite culturali dovute a problemi politici e fraintendimenti. I missionari credevano di fare bene. Non potevano accettare i nostri corpi senza dei vestiti, pitturati, secondo loro, in modo esagerato. Poi la loro maniera di trattarci è cambiata e viviamo in perfetta armonia.

Gerson Enogureu (uno di cinque Bororo a Genova)

Fazenderos e Bororo: dalla violenza a la pace?

I primi a entrare in contatto con i Bororo furono i Bandeirantes, esploratori che partivano da San Paolo in cerca di oro e pietre preziose. Con le "Bandeiras" le terre Bororo cominciarono ad essere invase, e il popolo decimato. Dopo di loro arrivarono i grandi latifondisti, Fazendeiros, gli allevatori di bestiame e agricoltori che, attraverso molti combattimenti, s'impadronirono del vasto territorio Bororo. La presenza dei Salesiani fra i Bororo è stata fondamentale per la conservazione di quello che ancora resta del territorio di questo popolo. L'ultimo conflitto in difesa delle terre Bororo si è consumato a Meruri, nel 1975, quando il villaggio è stato invaso da 40 Fazendeiros. In questo scontro il Padre Rodolfo Lukenbein e Simone furono uccisi. Era la prima volta che un missionario moriva in difesa degli indigeni nell'America Latina. Dopo di questo, la riserva Indigena di Meruri è stata legalizzata dal governo e i Bororo di questa regione hanno potuto finalmente vivere in pace.

Pe. Francisco Lima (salesiano)

Ruolo dei missionari prima e dopo dì 1976, anno in cui venne ufficialmente delimitato il territorio indigeno dei bororo di Meruri.

Prima del Concilio Vaticano II, i missionari hanno portato avanti un processo d'integrazione per trasformare gli indigeni in bianchi. Dopo il Concilio, i missionari dovevano trasformarsi in indigeni. Dopo di Medellin e Santo Domingo è iniziato il processo di inculturazione, cioè, gli indigeni devono essere al primo posto gli agenti di evangelizzazione del proprio popolo. I missionari devono assecondare gli indigeni in questo processo di inculturazione.

Pe. Augusto Issao Kian (salesiano)

Bororo: cultura bianca e cultura indigena, religiosità Bororo e fede cristiana..

Dopo tanti anni vissuti a contatto con la cultura degli indigeni e con i missionari salesiani, possiamo a capire la vita in un modo diverso. Comprendiamo, per esempio, che gli eroi dei nostri miti sono stati guidati nelle loro azioni da un Dio, lo stesso Dio che guida gli eroi cristiani, i nostri rituali sono diversi dei rituali cristiani, però l'intenzione è la stessa, cioè, ringraziare o chiedere aiuto a un unico Dio. Tutto è cominciato con un sogno del nostro capo villaggio, quando i missionari salesiani arrivarono nella regione di Tachos nel Mato Grosso (1902) e piantarno le tende vicino al villaggio. I Bororo li videro e decisero di ucciderli il giorno dopo, a momento del pranzo. Però, nella notte il capo villaggio in sogno vide una bella donna bianca con un bimbo, che parlava in lingua bororo, e diceva che quegli uomini erano buoni e venivano per aiutare il suo popolo, e aggiungeva di non fare loro del male. Però non c'era modo di tornare indietro nella decisione che era stata presa, e alla mattina si mossero verso il luogo dove erano i missionari. Quando arrivarono il capo villaggio vide, dentro la casa dei missionari, un quadro con la stessa donna del suo sogno e decise di risparmiare la vita dei missionari. Da allora ci fidiamo di questa donna che i cristiani conoscono come Maria Ausiliatrice, madre di Dio

Leonida Maria Akiri Kurireudo (professoressa Bororo)

1976: la scuola dei Salesiani a Meruri da occasione di perdita della cultura bororo a occasione di recupero delia lingua e della cultura Bororo.

La scuola è stata uno strumento che ha dissolto la nostra cultura, ma dal 1976 è diventata mezzo per rivitalizzarla. Quella scuola del passato ci dispiace e tentiamo di capire e accettare che tutto quello è stato fatto fu fatto con la voglia di farci del bene. Sappiamo che la politica dell'epoca obbligava tutte le scuole indigeni ad avere un'altra filosofia. Per giudicare quello ch'è successo dovremmo essere vissuti in quell'epoca. Crediamo che anche i nostri antenati non abbiano saputo reagire. La scuola oggi è motivo d'orgoglio per noi, perché stiamo facendo rivivere la nostra cultura. Viviamo tutto quello che i nostri antenati non hanno potuto vivere. Conservare questa cultura è necessario, perché solamente così saremmo capaci di mantenere la nostra identità. Nel 2000 è sorta anche l'Università Indigena. È il luogo dove parecchie etnie si incontrano per scambiare idee per la rivitalizzare le varie culture. LUniversità ci apre nuovi orizzonti per lavorare con le culture indigene e la cultura occidentale che ci circonda. Garantisce la sopravivenza e per affermarci come popolo, come nazione.

Gerson Enogureu (dirìgente bororo della scuola di Meruri)

Importanza del Centro dì Cultura Padre Rodolfo Lunkeinbein di Merurì.

Il Centro di Cultura Padre Rodolfo Lunkeinbein di Meruri è nato da una esperienza didattico-pedagogica realizzata dalla Professoressa Airone Carvaiho nella Scuola Sacro Cuore di Gesù, con fotografie di oggetti etnografici del materiale del Museo Missionario Etnologico del Colle Don Bosco, dove ha lavorato per due anni. Queste fotografie sono state fatte vedere agli anziani del villaggio. Gli oggetti che non riuscivano ad identificare venivano ricercati nella "enciclopedia Bororo". Le fotografie venivano ampliate e raggruppate secondo la loro funzione, ricostruendo in questo modo la realtà vissuta dagli antenati; realtà che, unita alla cultura attuale, forma un nuovo contesto. Questo materiale didattico, arricchito dal passato vissuto dai vecchi, da miti e riti che ne costituivano il contesto, vengono presentati agli alunni.

La scuola diviene viva e ciò che s'impara diviene profondamente significativo. Il risultato della esperienza è la produzione di diverse modalità di testi, disegni creativi, e quello ch'è più importante, germoglia nella comunità una volontà enorme di rivivere i riti. Volendo battezzare i bambini, i genitori decidono di realizzare il rito di "nominazione" L'unico inconveniente era l'assenza di oggetti specifici per il battesimo. Fu allora che nacque l'idea di organizzare uno spazio, in cui coloro che conoscevano la tecnica di produzione degli oggetti potessero trasmetterla a chi voleva impararla e che servisse allo stesso tempo da magazzino per gli oggetti prodotti per i nuovi riti. Nella missione esisteva un garage vuoto, che, adattato, divenne l'inizio del Centro di Cultura, oggi conosciuto come l'unico museo "vivo" dell'America Latina, e forse del mondo: contiene circa 500 oggetti, che, quando c'è bisogno, vengono usati per i riti.

Dulcìlia Lucia Oliveira (docente bororo dell'Università Indigena)

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