Anche se usata ed abusata, si legge volentieri, non perché è dilettevole
ma perché è vera e fa molto pensare, quella preghiera eccessiva che un ebreo
dotto e ortodosso volge al Dio della misericordia impossibile, mentre migliaia
di uomini e di donne vengono sterminati e lui sta per cadere sotto le bestiali
mazzate dei massacratori.
È la sua professione di fede. "Credo nel Dio
d'Israele, anche se ha fatto di tutto per spezzare la mia fede in Lui.
Ho adempiuto al suo comandamento anche quando, quale ricompensa di questa
obbedienza, mi colpiva. L'ho amato. Ero e sono tuttora innamorato di Dio,
anche quando mi ha gettato a terra, mi ha torturato fino alla morte.
Puoi torturarmi fino alla morte, ma crederò sempre in Te. Ti amerò
sempre malgrado Te. Hai fatto di tutto perché io cadessi nel dubbio.
Ma io muoio così come ho vissuto, con una fede incrollabile".
Fanatico della fede, un uomo che dice simili parole.
Oppure santo nella fede. Ci sono uomini siffatti.
E non dobbiamo andare lontani.
L'abbiamo ancora davanti agli occhi.
Chi l'ha conosciuto non potrà mai dimenticarlo.
Chi ha avuto con lui la pur piccola dimestichezza non potrà per lui non
nutrire amore. Queste parole non le ha dette Don Riccardo De Grandis, il
parroco della chiesa di San Giovanni Bosco dal 1975 al 1987, ma lui le ha
lette, le ha sottolineate e le ha fatte sue, ravvisando in esse la sua esatta
condizione di sofferenze, di abbandono da parte di Dio, di fede malgrado Dio,
nonostante questo abbandono.
Assalito da un tumore per un anno e mezzo, ha lottato, ha sopportato, ha sofferto, si è domandato il perché la malattia lo avesse afferrato in un modo tanto spieiato, l'ha domandato agli uomini, l'ha domandato a Dio, senza risposta. Ha continuato a credere, ad essere grande nella fede, nell'amore a Dio. Fino a quando negli ultimi dieci giorni all'inizio del febbraio 1981 non ha cessato di combattere e si è arreso a Dio e alla malattia, che ce lo hanno portato via. La mamma presente alzando gli occhi anche lei a Dio, come una domanda senza perché, e volgendoli poi a coloro che le stavano accanto, quasi a chiedere una spiegazione impossibile e ad invitare ad un atto di resa e di abbandono al Dio del silenzio: "Ho patito a farlo morire più di quanto ho patito a metterlo al mondo".
Don Riccardo aveva solamente cinquantadue anni. Era sacerdote da 25 anni e salesiano di Don Bosco da 35 anni.
Quelli che leggeranno queste brevi note su un uomo a loro noto per averlo avuto parroco a Sampierdarena dal 1975 al 1987, per 12 anni, sapranno di lui come è stato parroco, le sue capacità pastorali, la squisitezza dei modi nel trattare i fedeli, la sua ardente e pur semplice spiritualità, la sua sensibilità umana verso coloro che soffrivano o semplicemente lo avvicinavano per avere conforto e guida. Ma ci vogliamo tutti insieme domandare come ha fatto ad essere così come lo abbiamo conosciuto noi, uomo grande, parroco e poi direttore, come ha fatto, quali sono i suoi antecedenti, quale la sua preparazione umana, culturale, sociale. In che contesto familiare è cresciuto. Di quali studi si è nutrito. Quali le difficoltà che ha incontrato nel suo cammino. Praticamente vogliamo dire l'educazione non sentimentale di questo nostro sacerdote, che abbiamo tanto ammirato, ma l'educazione umana, i tragitti da lui percorsi per arrivare ad una meta così elevata, ad altezza di testimonianza sacerdotale così alta, da suscitare non solo meraviglia ed ammirazione, ma da farcelo apparire come un uomo di eccezionale caratura.
La famiglia prima di tutto. Un terreno dove nascono cinque figli, tre maschi e due femmine, e quattro di essi abbracciano la vita religiosa, due sacerdoti e due suore, come lo vogliamo qualificare, se non un terreno assai fertile e di stagionata sostanza cristiana, babbo e mamma lavoratori onesti, non poveri del tutto, ma neppure ricchi, tanto ricchi però di fede da donare a Dio e alla Religione quattro dei loro figli, non sappiamo dire con che animo, perché leggiamo nel diario di Don Riccardo che neppure loro, i figli, hanno mai saputo quello che è passato nell'animo dei genitori a vedersi umanamente abbandonati da quasi tutti i loro figli. Li hanno donati a Dio e basta. La ricchezza della carne diventata ricchezza dello spirito, ricchezza della chiesa, ricchezza per la umanità, specialmente ricchezza dei poveri, a cui vedono i loro figli destinati per vocazione, Suor Gilda tra le Figlie della Chiesa, Suor Elisa al servizio degli ammalati nel Cottolengo, Don Riccardo e Don Josè figli di Don Bosco, votati ai giovani. Questa consapevolezza, che poi avranno nella vita il tempo e il modo di verificare, è stata loro di conforto e di soddisfazione, avendo poi constatato quello che da molti è ignorato, che sono proprio i figli donati a Dio che nella vita dei genitori sono i più vicini, i più affettuosi, e anche i più presenti nelle disavventure.
Si parte dal Veneto, da Castelfranco, per studiare.
Riccardo bambino di undici anni sente che la sua vocazione è quella di studiare,
non del tutto chiaro studiare per fare che cosa, magari per essere un giorno
anche lui insegnante, passione che lo accompagnerà sempre nella vita.
E ha la fortuna, arrivando nell'Istituto salesiano di Strada in Casentino,
di trovarsi alunno con altri trenta compagni in una classe guidata da
insegnanti di spiccato amore per il sapere.
I compagni lo chiamano Riccardo Magno. La testimonianza sicura è di Don Sergio Bugada, di Don Valentino Favaro, di Alvaro Bellugi, di Alfredo Fabbroni, suoi condiscepoli. C'è pure Gianni D´Alessandro, Luciano Cian. Era il più intelligente di tutti, dicono unanimi. Il più limpido, limpidezza e ingenuità facevano un effetto di straordinaria bellezza giovanile. Ci attraeva e lo amavamo, senza invidia, il Riccardo Magno. Una bella scuola, un gran professore, un ambiente abbastanza sereno, un bell'inizio, una bella scolaresca.
Gli studi filosofici a Roma San Callisto sono anche gli studi liceali. Sono gli anni dell'adolescenza, gli anni dei ricordi incerti, quando l'animo è pronto a ricevere nella forza trasformatrice della crescita e a dimenticare quello che questa forza selezionatrice reputa inconsciamente meno positivo. I docenti validi, i superiori saggi, il Superiore che esercita l'autorità in maniera sciocca. Esperienza anche questa. Educazione alla vita. Esempi da seguire. Modi di autorità da rigettare e da evitare. Gli studi delle scienze teologiche alla Crocetta di Torino con ottimi insegnanti, che preparano al sacerdozio con la massima coscienza. Qui la mente del giovane Riccardo si apre al gusto delle scienze divine, alla vigile luce delle Scritture, che saprà esporre e interpretare nel suo ministero pastorale al tempo giusto con acutezza e con amore.
L'ultimo anno, il quarto, a Roma nel Pontificio Ateneo Salesiano, dove corona gli sudi con la Licenza in Teologia. La gioia del sacerdozio. Se è sua, più grande è quella dei genitori, dei suoi fratelli e delle sorelle. Don Riccardo è veramente Magno, ora che è sacerdote.
Ed è grande il modo con cui vive il suo sacerdozio,
i primi anni a Vallecrosia. Intanto incaricato della Pastorale
giovanile della Diocesi di Ventimiglia. Poi senza indugio docente
di Religione nel Liceo statale di Ventimiglia,
portatore della freschezza
giovanile salesiana, come da pochi anni aveva dato prova in un altro
Liceo Don Bruno Corti, insegnando Storia e Filosofia.
Una esperienza forte si sta delineando. Ci sono nella vallata del fiume Roia, subito all'inizio, agglomerati di famiglie venute da lontano, immigrati in cerca di lavoro, per il momento precari, in attesa di sistemazione, di solito famiglie abbondanti di figli, per forza di cose semiabbandonati, difficili. Ad essi dedicarsi. Se non lo fanno i Salesiani che sono sul luogo, difficilmente altri lo faranno.
E si lanciano i Salesiani all'impresa, tanto più che a Vallecrosia la sensazione dei Salesiani è di essere fuori del mondo, quasi tagliati fuori, veramente al confine, non solo fisico. Vige il detto o la convinzione, divenuta poi proverbio: ci pareva che fosse impossibile, dunque lo facemmo.
Si lancia dunque un manipolo di giovani salesiani. E sarà proprio Riccardo De Grandis a capitanare questa impresa, dopo averla concepita. Impresa che ha dell'eroico. Purtroppo sconosciuta.
Molto simile a quella di Don Baldan nel 1946 a Pamattone in Genova Porteria.
La chiamano" la chavantina" cioè una zona e una impresa come quella tra i Chavantes del Mato Grosso in Brasile ai tempi di Don Colbacchini e di Don Balzola, le cui avventure missionarie, ricche di eroismo e di sacrifici, venivano raccontate con tanti particolari sul Bollettino Salesiano. I Chavantes, i Bororos, le tribù rimaste alla preistoria. Questi giovani salesiani vanno con spirito di amore, con volontà di sollevare dalla povertà, di venire in aiuto alle famiglie impossibilitate a seguire i loro ragazzi. I fratelli Maristi danno uno spazio nel loro istituto, che è un secondo noviziato; il Comune garantisce un minimo di provvidenza per un pasto caldo al mezzogiorno, alcuni presidi di scuole vicine appoggiano e apprezzano, specie quando di ogni ragazzo viene redatta una scheda e loro consegnata all'inizio dell'anno scolastico. Don Riccardo, che è il capo, coadiuvato da altri tre o quattro giovani salesiani, ha la sensazione netta che Ventimiglia più che Vallecrosia sarebbe il luogo adatto per un'opera salesiana. Ma Don Raineri, che ha incoraggiato, pensa ad altro e non si preoccupa più di seguire questa bell'avventura dei suoi giovani salesiani di Vallecrosia, che intanto hanno fatte le ossa per future imprese di promozione, qualora si presentassero, come si presenteranno certamente a giovani che hanno avanti tutto un futuro da vivere, chi sa come lungo.
Due estati di vita animata e piena al confine di Vallecrosia, all'aria tiepida e ventosa di quella plaga fortunata. Lo sguardo compiacente del direttore Don ElioTorrigiani e la benedizione iniziale del Superiore Don Giovanni Raineri propiziano e favoriscono questa provvidenziale impresa, tutta degna di Don Bosco e dei Salesiani, fatti per le Missioni.
Passano nove anni, 1966-1975. Don Riccardo veramente incarna un momento epico della vita della Casa Salesiana di Vallecrosia.
Don Giuseppe Sangalli, superiore, raccontava Don Riccardo stesso, da Col di Nava, chiama Don Riccardo: si faccia trovare al bivio di Pieve di Teco. Sale al bivio, per incontrare l'ispettore e il suo consiglio che da Nava scendono a Sampierdarena.
"Ho bisogno di chiederti una cosa.
Dimmi subito che accetti. Ho pensato di affidarti la parrocchia di Sampierdarena,
dove Don Angelo Bassano ha finito il suo mandato di nove anni e
sta per partire" Don Riccardo pensa davvero di essere ad un bivio,
quello forse decisivo della sua vita. Tergiversa, fa le sue difficoltà.
Poi lo Spirito lo invade e dice sì. In nome del Signore e dell'obbedienza.
Don Elio Torrigiani ha dato le più ampie garanzie.
Ed eccolo a Sampierdarena, 1975. È sacerdote da nove anni. Ha 37 anni. Ecco il vostro parroco, che viene a rilevare Don Bassano. Il quale Don Bassano, appena arrivato nel 1967 a sostituire Don Baldan, era stato ricevuto con molte riserve. Quattro mila firme raccolte perché Don Gastone rimanesse ancora. Al popolo di Sampierdarena Don Baldan pareva insostituibile, si erano allontanati. Venne poi nel 1971 l'incomprensibile divisione delle due comunità, la parrocchia staccata dall'Istituto. Si seppe in giro che era stata volontà soprattutto del nuovo parroco Don Bassano. E quindi ire, domande, allontanamenti, perplessità. Non valse a pacificare completamente l'ambiente la buona gestione di Don Bassano, uomo per altro molto capace, con le sue doti di buon sacerdote, di valido organizzatore, di personaggio facile con la sua arte, con le sue abili maniere, con la sua consumata diplomazia ad entrare tra coloro che contano, che sanno farsi prendere in considerazione, perché valgono e non surrettiziamente. Intanto erano tornati alla vita parrocchiale coloro che si erano allontanati, dopo la partenza di don Baldan anche se non tutti. Dopo nove anni con il conforto di una buona eredità da trasmettere al successore e ai parrocchiani Don Bassano lascia il testimone non facile a Don Riccardo De Grandis, un uomo di 55 anni a un giovane di 37 anni, un uomo di grande esperienza ad un giovane senza nessuna esperienza pastorale. Un uomo che in nove anni ha conquistato molti consensi e anche affetto e simpatie a un giovane che deve iniziare e non sa se riuscirà all'impresa.
I più vicini ai fatti della parrocchia sul momento stanno a guardare questo giovane sacerdote. Sono anche diffidenti. Ma non passano che pochi mesi, si direbbe pochi giorni. E si accorgono che perla d'uomo è venuto tra loro, che parroco prezioso hanno acquistato.
Alto, un poco stempiato, fronte spaziosa, lucente di intelligenza. Occhi limpidi, parlanti, sorridenti senza sorridere, luminosi. Persona solare. Se ne accorgono subito i giovani, i ragazzi, i bambini, che per la strada gli si fanno incontro, lo circondano d'istinto. Ha un fascino naturale.
Parla dall'altare in modo semplice, comprensibile, si sente che è preparato, con riferimenti costanti alla Parola, che conosce. Riceve con garbo in sagrestia, nel suo ufficio, sempre disponibile. Molta attenzione e cura prodiga agli ammalati. Li visita, li conforta. Con alcuni entra in dimestichezza. Scherza con essi, sorride, quasi gioca. Pensiamo qui a Silvana Morelli, fedelissima ad ogni fatto che si celebra nella parrocchia, presente sempre, nonostante la sua mobilissima immobilità. Don Riccardo parroco mette in moto immediatamente iniziative culturali, che gli sono congeniali. Ama la musica. Ama l'arte.
Pensa che al tempo di Don Baldan si celebrava frequentato il cineforum
animato da Don Coladonato e poi brillantemente da Don Briano.
Bisogna riprendere. Ritornare.
E sarà a suo tempo il club "Amici del Cinema".
Vede mancante in Sampierdarena un centro culturale che sia di
richiamo ai giovani. Verrà il tempo di realizzarlo.
E sarà " II Tempietto", il noto centro di cultura,
incontro di intelligenze, luogo di convegni annuali,
che conta ormai i suoi 23 anni.
Capanne di Cosola, che Carlo Roccati cura con tanto amore, nelle ricorrenti estati sarà il luogo della gioia estiva per i ragazzi della Parrocchia. La Visaille, dove da tanti anni vanno d'estate gli amici di Don Bosco dell'Oratorio capitanati da Gino Carrara, sarà pure il luogo dove potranno essere ospitati giovani, che non fanno parte del gruppo esclusivo degli amici di Don Bosco. Torriglia, luogo privilegiato da trenta anni per campi estivi di giovani guidati ora da un salesiano, ora da un altro, presente quasi sempre per affezione Don Fortunato Raddi: in tutti questi luoghi estivi non manca mai d'essere presente, almeno per qualche breve periodo, il parroco Don Riccardo. Amante della montagna, innamorato dei cieli tersi che in alto si godono con sguardi di stupore, gli occhi estasiati verso i lontani orizzonti, ammira la grandezza di Dio nella maestosità della natura. E trae spunto per parlare di Dio ai giovani e fare cenno della purezza del creato, quando l'uomo lo rispetta. Cultura, amore per la natura, attrattiva dei monti. Animo di squisita sensibilità, amante della bellezza.
Bene riesce a trasmettere questo squisito sentire a quanti gli si fanno compagni nel viaggio della vita, per essere da lui guidati, a lui amici, a lui ispirarsi per sentirsi umanamente realizzati, aspiranti ad una elevatezza di vita raggiungibile con lui più facilmente, accanto a lui, ascoltandolo, seguendo i suoi consigli, mettendo i passi dove li mette lui, dove lui dice di posarli. Don Riccardo, più sulla linea della spiritualità di Don Giulio Nervi che sulla linea dell'esuberanza di Don Baldan, è maestro di vita senza nessuna forzatura, maestro per l'attrattiva che esercita, per il fascino naturale che da lui emana.
Non apparentato affatto a Don Bassano, per altri versi degno di rispetto. Come Don Baldan. Ma più di Don Baldan per semplicità e per trasparenza, più pacato. Tutti e due ugualmente volti a traguardi luminosi.
Si direbbe di sì. Gli impegni parrocchiali, completi, totali, ammirevoli in un giovane sacerdote quarantenne, la cui sapienza è come di un saggio di più lunga esperienza. Come avesse fretta di consumare la via. Come se l'attendesse un non lontano traguardo di perfezione umana, spirituale, religiosa. Gli hanno dato in questi anni conforto e sicurezza presenze preziose nella parocchia, Don Vincenzo Colombara al confessionale. Don Arturo Morello come viceparroco saggio ed equilibrato, Don Ron immancabile alle confessioni prefestive e altri sacerdoti ancora. Dopo dodici anni di considerevole abbondanza di messi raccolte nel suo esercizio pastorale, i Superiori, in obbedienza alla regola che ormai impone il limite alla durata delle mansioni direttive, nove anni, eccezionalmente dodici anni, spostano Don Riccardo dalla conduzione della parrocchia alla direzione dell'Istituto. Per noi che vediamo le cose da lontano e dal dopo, è chiaro segno la volontà che le due comunità,divise e rese autonome in un momento di creduta apertura a nuove cose, si ricongiungano, preparando da lontano l'evento desiderato. Nel 1987 a Don Valentino Favaro succede nella direzione dell'Istituto Don Bosco Don Riccardo.
Studiare la storia dell'Istituto è una delle sue preferite e immediate preoccupazioni. La storia dell'Istituto è la storia anche della parrocchia, dell'Oratorio, della Libreria, delle Suore, dei laboratori di Arti e Mestieri, degli Studenti, degli Artigiani. Lentamente, ma con intelligenza e voglia di sapere, legge, sottolinea, precisando con chiose opportune ai margini, la Cronaca scritta da Don Pio Gulianotti, negli anni 1941-43, e fatta da lui battere a macchina. Questo interesse per l'Opera di Sampierdarena attesta il suo spirito di filiale interesse e di amore per Don Bosco, che aveva fatto di Sampierdarena la sua seconda casa, la seconda Valdocco, come l'avevano chiamata e Don Bosco e Don Michele Rua, il successore. Siamo nel 1987. L'istituto è nel suo maggiore splendore. Don Cian dirige con molta fortuna il suo centro psicopedagogico. Don Briano non perde colpo con il suo Centro Linguistico Europeo. Il Tempietto, creatura prediletta, vigoreggia di incontri culturali ad alto livello, di attività teatrali, di scelte proiezioni cinematografiche. Le classi dell'Istituto Tecnico e della Scuola Media sono piene. La comunità religiosa dei salesiani gli corrisponde in fraterna armonia, contenta del nuovo direttore da tutti conosciuto e apprezzato. Don Riccardo non da molto peso a chi, pur in autorità, scuote la fronda, cose naturali, che pure fanno soffrire.
Il grande bastimento solca le onde con una certa sicurezza, oscillando nella misura giusta, ma sempre verso il traguardo dell'educazione, della istruzione, della umana promozione di circa un migliaio di ragazzi secondo i principi saggi della pedagogia di Don Bosco.
Un terremoto segna la grande svolta nella vita di Don Riccardo e di tutta l'Opera di Sampierdarena. Si sa in giro e presto ne ha perfetta conoscenza anche l'interessato, che il direttore Don Riccardo è ammalato di una malattia grave. Pare che un tumore lo abbia colpito con grande forza. L'uomo è giovane e il male galoppa più velocemente. Una lotta si ingaggia su vari fronti. Di Don Riccardo con la sua malattia, che sul momento non accetta e a cui si ribella, chiamando in causa il suo Dio. "Il Signore è in mezzo a noi, sì o no? Il suo luogo fu chiamato Massa e Meriba. (prova e litigio)"
La prova è enorme. Il litigio è più che lecito, con Dio specialmente. E con chi allora. Signore, è lecito arrabbiarsi con Te? Si domanda e scrive Don Riccardo. Gli scrive un amico che la malattia è una grazia e una dolce carezza del Signore. No! commenta deciso Don Riccardo. Il dolore umano ha un suo spessore e una sua angoscia che deve essere presa e compresa nella sua cruda verità. Sono frasi di uno spiritualismo esasperato, che tolgono la durezza autentica dell'umano. La sublimazione della fede deve lasciare intatta la crisi dell'uomo dolorante. " Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" Parole dette da "un uomo " divino. Perché rimani lontano e non mi aiuti? Perché non ascolti il mio pianto?
Viene a visitarlo Don Juan Vecchi. Rettor Maggiore dei Salesiani. Gli dice. "Ho bisogno da te di una grazia, perché ho da fare beato Simone Srugi, coadiutore salesiano. Comincia subito" Sono state le uniche e splendide parole di accoglienza. Sabato e domenica splendide con soddisfazione, scrive sul diario. La speranza non è morta. Cure incessanti. Medici splendidi specialmente la dott.ssa Mietta. Siamo a maggio inoltrato del 1999. La malattia già corre da molti mesi. Gli sono intorno la mamma, le due sorelle suore. Suor Gilda e suor Elisa. Gli è vicino il fratello Don Josè quando può lasciare il suo lavoro. Li ringrazia tutti. Sente il conforto della vicinanza. La domenica va ancora a Bolzaneto a dire la messa. Parla, racconta della sua malattia. Dice di avere paura, terrore della morte. Ma lo dice con calma, con pace, quasi con rassegnazione. Come non mai o come sempre maestro di vita, ora più che mai. Nella ispettoria, nella parrocchia, nelle case salesiane si prega Simone Srugi per la guarigione di Don Riccardo. Una lotta tra il cielo e la terra. Medita, scrive sul diario. Soffre vedendo le cure inutili. Sentendo la vita corrergli via, lontana. "I sani non possono capire l'ammalato perché sono al di là del guado" annota il 28 ottobre. La frase è del Card. Martini. Piace a Don Gregorini, soggiunge piacevolmente.
Si sofferma a meditare e a chiosare su una parola di San Paolo, Rom. 8,19. Ardente aspettativa. "La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità e nutre la speranza di essere liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio" L'anelito alla liberazione dalla caducità. Non attesa angosciosa, come interpreta Lutero nel suo pessimismo. E commenta Don Riccardo: "Ho camminato per anni sopra questa perla preziosa del NT, inventata dalla Chiesa primitiva per indicare l'attesa della creazione alla sua totale liberazione e rivelazione dei figli di Dio. L'ho letta sui monti, cogli amici, col CAI, da solo. Rom. 8 è sempre stato un vertice, ma lo ignoravo. Come può un aviatore ignorare una guglia delle sue montagne teologiche? È una chiave di volta per aprire cielo e terra, pianura e altezze. È il giorno dei morti. È quello con più santi. Forse è una rivelazione!" Finisce qui il diario di Don Riccardo.
Tra la vita e la morte quest'ultima umanamente canta la vittoria. Ai primi di febbraio Don Riccardo cessa di lottare. Il 13 febbraio Dio se lo prende. Quel bussare che sentiva, quando a risuonare nella sua cameretta era la quinta di Beethoven, non era il bussare del destino, da lui respinto e temuto, contro cui si era tante volte ribellato, era invece ora la sommessa mano del suo Signore, che bussava lievemente, e apriva la porta per portarselo con sé definitivamente.
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