30 ottobre 1943. Eravamo quasi a fine mattinata, attorno a un catafalco, apprestato per il giorno dopo, e si stavano ripassando le cerimonie con un "Don" più paziente di Giobbe. All'urlo della sirena d'allarme, piantammo lì tutto e ci avviammo ai rifugi.
Presto la contraerea cominciò il fuoco dì sbarramento contro le malfamate "fortezze volanti". Gli incursori tenendosi ad alta quota, diedero inizio ad un micidiale bombardamento "a tappeto" sganciando grappoli di bombe. Mi ero rifugiato nelle cantine del mio condominio, trasformate in rifugio antiaereo.
Le esplosioni che si susseguivano, sembravano sempre più vicine. Ad un tratto un grosso boato, accompagnato dal pauroso sussultare del pavimento, ci mozzò il fiato per qualche istante. Mancata la luce, il buio ci avvolse tutti come una coltre funebre. In un breve intermezzo tra un'ondata e l'altra dei bombardieri ci fu chi uscì dal rifugio per dare un'occhiata al disastro. Rientrò trafelato ed annunciò che della Chiesa di S. Gaetano restava soltanto un cumulo di macerie...
Ma la rivincita della "vita" sulla "morte" fu assai rapida.
Il vicino teatrino dell'Oratorio femminile, fu trasformato subito in succursale provvisoria di San Gaetano e quei pochi chierichetti non ancora sfollati, continuarono ad offrire il loro fedele servizio.
Frequentavamo alternativamente il cortile dell'Oratorio Don Bosco e l'area della chiesa diroccata, che non tardò a diventare stadio di rumorose scorrerie e... poligono di tiro. Un busto marmoreo rievocante la munifica generosità di un nobile genovese, era fortunosamente scampato alla distruzione e aveva tutta l'aria di irridere a tanta rovina. Davanti a quella provocazione, noi chierichetti trovammo giusto e... divertente, irrogare un'adeguata punizione a quell'illustre, ma temerario benefattore.
Rimproverati e minacciati, non desistemmo. Continuammo fino al completo smaltimento della nostra ragionevole aggressività. Per questo ci guadagnammo il nome, fin troppo amabile di "topolini delle macerie".
A distanza di oltre 60 anni, il riandare a quei tempi, anche se caratterizzati dal pane razionato, dalle fughe notturne in galleria alla luce sinistra dei "bengala", dalle code snervanti davanti ai rivenditori di frattaglie e di sapone, risveglia tanta nostalgia, perché, allora, la pericolosità e la precarietà diffuse ti facevano sentire felice, anche di sentirti ancora vivo, mentre oggi il molto di cui abitualmente si dispone non è sufficiente a colmare il vuoto che regna sovrano, dove manca il TUTTO!
Don Livio Mazzolo
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