Sommario

Né fòlle, né folla

Dall'incontro d'inizio d'anno dei Salesiani un'idea è emersa, un'idea che si può esprimere con una doppia negazione "ne fòlle, ne folla". Idea non nuova di per sé, ma se l'approfondisci ti cambia la vita. È questo il regalo delle stupende giornate d'inizio settembre 2006. Ci diceva il prof. Giovanni Salonia: "Spesso si percepisce l'altro come qualcuno distante da noi, da amare, sopportare, aiutare, e che può essere facile o difficile, buono o cattivo. È la prospettiva di fondo di tante filosofie o teologie dell'alterìtà.
Recentemente ci si è accorti invece, che non si può pensare l'altro - in relazione - con - me come staccato da me. Non si può uscire dalla relazione per parlare in modo oggettivo dell'altro, ma ogni volta che si parla dell'altro si parla di come io lo vedo. Pensare in termini relazionali significa non parlare di "altro difficile", ma di "relazione difficile", di difficoltà che io ho con l'altro. Non è l'altro che è strano: io e l'altro siamo coinvolti in una relazione nella quale io non mi so orientare. L'altro in relazione con me mi appartiene".

Ne segue che io non sono solo, soggetto autoreferente, a se stante, ma sono con gli altri e questa relazione (buona o cattiva) è il mio essere, che posso modificare, migliorare, modificando e migliorando la relazione. Ad onde la relazione che mi costituisce si allarga al mondo. L'altro mi interessa, fa parte di me. Il ben - essere della persona è allora il ben - essere della relazione con gli altri. Un'altra conseguenza: in ogni frase che rivolgiamo all'altro sono presenti due aspetti: il contenuto (ciò che dico) e la relazione (il modo in cui io e colui al quale mi rivolgo ci percepiamo reciprocamente). Alla base di ogni comunicazione c'è una domanda: quale atteggiamento relazionale ho nei confronti dell'altro?

Quale relazione renderà efficace la comunicazione?

Si porge all'altro tutti gli elementi di cui si è in possesso, senza pretendere l'oggettività.

È musica dolce all'orecchio del giovane come dell'adulto. Ognuno vuol essere ascoltato, stimato, apprezzato. È l'emergere della soggettività o della propria personalità. La buona relazione che mi costituisce si instaura tra l'io e il tu, tra l'io che è anche il tu, tra il tu che è anche l'io. Si può esaltare la soggettività, calpestando o recidendo la relazione... ma si cammina verso la follia. Si può rinunciare alla propria soggettività... ma si cammina verso la folla senza volti.

Una chiave per comprendere "modernità e post modernità": nella modernità esplode la soggettività, nella post modernità, ad un grado più alto, riemerge il legame con gli altri e si passa dalla comunità vissuta in modo verticistico alla fraternità vissuta in modo paritario.

È implicito che la relazione è vera nel rispetto dei ruoli. Quindi anche l'autorità (superiore, insegnante, educatore ecc.) è dentro la relazione. Verrebbe voglia di parlare di relazioni che sono più autentiche quando nascono dal sorriso, che sanno trasformare il problema in sofferenza... sofferenza che non fa saltare la positività della relazione, ma è paziente attesa.

Pensando alla scuola... "L'apprendimento è connesso con la disponibilità e l'interesse dell'educando e dell'educatore, atteggiamenti che rimandano alla qualità della relazione".

Alberto Rinaldini

[Torna alla pagina precedente] [home page]