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Cari parrocchiani...Il saluto di don José |
Mi piace mettere in vista ancora una volta il logo che ricorda i 50 anni della ricostruzione della nostra chiesa, perché è stata l'occasione per l'avvio di alcuni lavori di restauro. Come il lavoro di restauro dei muri della chiesa è incompiuto, così sono convinto che, al di là delle intenzioni e delle iniziative che ho svolto in questi sette anni nella, con e per la comunità, molte cose siano ancora incompiute, proprio perché ogni comunità è un organismo vivo che cresce e si sviluppa. E penso che siamo tutti convinti che, con l'inizio del terzo millennio cristiano, alle nostre chiese/comunità non basti più qualche ritocco per l'ordinaria amministrazione, ma abbiamo bisogno di una manutenzione straordinaria.
Chiedo scusa per il di più che avrei potuto fare, e vi ringrazio per il tanto che con la collaborazione dei miei confratelli e con la presenza attiva di molti abbiamo potuto realizzare. Rivado soprattutto agli innumerevoli; incontri personali - fortuiti o concertati- sempre fonte di grande coinvolgimento non solo emotivo, ma soprattutto spirituale, alla ricerca di ciò che il Signore ci chiede in ogni passo della nostra vita, in questi tempi pieni di sfide per l'esperienza di fede cristiana.
Penso agli incontri festivi con l'assemblea eucaristica, a volte un po' poveri nella loro capacità di esprimere la splendida e misteriosa presenza di Gesù Risorto, ma sempre così stimolanti per cogliere la Parola che fosse luce e forza per la settimana.
Come salesiano penso soprattutto ai giovani, ai ragazzi e ai bambini accompagnati nel loro cammino di iniziazione cristiana per incontrare Gesù nei meravigliosi sacramenti della confessione, della comunione e della Cresima.
Quando venni, il 18 settembre 1999, vi dicevo che mi sentivo come un nuovo ramo innestato nel grande albero della comunità parrocchiale del don Bosco. Sono belli gli alberi frondosi che fanno una fresca ombra - e chi è stato a Torriglia o a La Visaille, lo sa bene. Ma altrettanto belli e importanti sono gli alberi che producono frutti. Questa obbedienza che mi porta a Grosseto la penso come il frutto che anziché finire sulla tavola di un gioioso pranzo, viene piantato per far crescere un'altra pianta. Ed in effetti a Grosseto, con altri due salesiani, saremo responsabili di impiantare e far crescere il carisma di don Bosco tra la gente di quella città. La qual cosa mi lascia un po' perplesso, perché non mi sento all'altezza. Mi consola il fatto che la pianta da cui il frutto, col suo seme è stato tratto, è rigogliosa e forte e mi farà giungere sempre la sua linfa vitale. Mi conforta anche la frase che una anziana nonna mi ha detto in questi giorni, quando ha saputo del mio cambio di campo di apostolato. Dopo avermi espresso il suo dispiacere per la partenza, ha aggiunto:"Però sono contenta che abbiano scelto lei per portare don Bosco a Grosseto". Farò del mio meglio perché questa parola si avveri.
Mi piace comunque concludere ripensando alle tante occasioni in cui ci siamo incontrati e abbiamo messo in comune la trama di ciascuna vita per cercare di sostenerci vicendevolmente nella esperienza cristiana.
In tempo di globalizzazione multimediale, il cui risultato umano sembra l'incomunicabilità, la chiusura fra gli esseri umani, continuo a chiedere al Signore che vi faccia essere sempre capaci di quella comunicazione che nasce dalla comunione profonda di battezzati nello Spirito Santo, e che quindi trova nella diversità la sua ricchezza.
Grazie di quanto la presenza di ciascuno di voi mi ha donato. Dio faccia splendere la luce del suo volto su di Voi, perché siate sempre portatori della speranza che si fonda su Gesù risorto.
Don José
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