Vogliamo vedere Gesù

Le Scritture

A pronunciare questa frase, che tanti di noi vorrebbero sentirsi rivolgere, furono, quasi duemila anni fa, dei cittadini greci, pagani, ma desiderosi di conoscere la "Verità". Destinatario della richiesta un apostolo, Filippo, il quale rimane quasi interdetto, e chiama in aiuto Andrea, un altro apostolo. E solo allora vanno da Gesù. (Gv 12,20-22). Anche un giovane (Mt 19,16-30) era rimasto affascinato da Gesù e voleva diventare suo discepolo, ma quando Gesù gli chiede di abbandonare tutto, le sue agiatezze, i suoi comodi, non se la sente e ne va seppure "con la faccia triste". Tempo dopo, altri due giovani che avevano conosciuto Gesù, ma che non lo avevano capito sino in fondo, se ne stanno tornando a casa ad Emmaus, dopo la delusione della crocifissione di Gesù : "Noi speravamo... ma..." (Lc 24,13-34). Giovani delusi, demotivati, con il sospetto di essere stati imbrogliati. Hanno conosciuto Gesù, ma se ne erano fatta una idea sbagliata, tanto che non lo riconoscono neppure quando si affianca e conversa con loro.

GEsù

Il Rettor Maggiore

II nostro Rettor Maggiore don Pascual Chavez, con la Strenna 2010, ci affida anzitutto il compito di suscitare nei giovani "il desiderio" di vedere Gesù e poi di essere pronti a farglielo vedere, senza andare a chiedere aiuto all'"Andrea di turno". Allora è evidente che il primo impegno di tutti gli educatori è di essere profondi conoscitori di Gesù. E questo si ottiene solamente "stando" con Gesù, per assumere non solo i suoi insegnamenti, che ci farebbero diventare degli aridi ripetitori di concetti, di idee; ma soprattutto per lasciarci pervadere dal suo stile di vita, dal suo modo di pensare, dal suo cuore: in definitiva dalla sua persona.

Solo così potremo diventare "degli autentici discepoli per essere apostoli appassionati". (Don Pascual Chavez)

I nostri giovani

Ma non basta ancora. È necessario tenere presente che i nostri giovani, in base alla loro attuale conoscenza di Gesù, si possono dividere in varie tipologie.

La più comune è formata da coloro che di Gesù hanno le conoscenze "catechistiche", spesso incerte, confuse, nonostante la buona volontà di tutti. È il seme della parola caduto tra le rocce: subito spunta, ma essendoci poca terra appassisce.

Ci sono poi quelli, che pur avendo avuto una buona formazione, l'hanno persa nei meandri della vita che presenta interessi diversi, più umani e materiali, sulla spinta di un pensiero debole che privilegia i propri comodi, il benestare, il consumismo, la moda...: è il seme caduto tra le spine.

E purtroppo ci sono anche quelli del seme caduto sulla strada: neppure lo ascoltano, quando addirittura non lo rifiutano o, peggio ancora, lo ritengono insignificante. Per fortuna ci sono anche quelli che accolgono e fanno fruttificare il seme: questi giovani devono essere i nostri collaboratori più stretti, gli apostoli che dobbiamo formare, che devono "stare" con noi come gli apostoli "stavano" con Gesù.

La pedagogia di Gesù

Insieme con loro, per raggiungere gli altri giovani, dobbiamo seguire il metodo pedagogico che Gesù, ottimo animatore, ha usato con i discepoli di Emmaus. Anzitutto bisogna affiancarsi lungo il cammino, stare con loro, interessarsi di loro: "Di cosa stavate parlando?" (Lc 24,17). Poi bisogna ascoltarli.

Solo dopo possiamo rispondere cercando di far loro comprende e "cosa dicono le Scritture", cioè che il progetto di Dio è sempre un progetto di amore, e che gli "incidenti di percorso" trovano una soluzione solo nella Parola di Dio. Ma già tutti noi avremo sperimentato, che non sempre basta questo: al massimo (se siamo stati bravi!) potremo aver messo loro "un fuoco nel cuore quando egli ci parlava" (Lc 24,32). Ma ancora non lo avevano riconosciuto. Solo mentre Gesù spezzava il pane e lo porgeva loro, hanno riconosciuto il Cristo risorto. E risorto. E hanno ripreso coraggio e sono tornati a Gerusaleme per essere essi stessi annunciatori della Risurrezione di Gesù. È solo se riusciremo a condurre i nostri giovani ai sacramenti della Riconciliazione e soprattutto dell'Eucarestia, che potremo far loro veder Gesù in maniera inequivocabile e far rinascere in loro il desiderio, la nostalgia di Gesù.

Un esempio: don Michele Rua

II 6 aprile 2010 ricorre il centenario della sua morte. È stato il primo successore di don Bosco. Con lui la Famiglia Salesiana si è allargato in tutto il mondo in maniera impressionante. Don Chavez ce lo affida come modello di discepolo fedele, ma anche dinamico e creativo, soprattutto capace, lui per primo, di incontrare Gesù, per poi diventare "contagioso" al punto di suscitare nei giovani di mezzo mondo il desiderio di vedere Gesù.

Cari amici ed amiche, don Michele Rua e il nostro attuale Rettor Maggiore, ricordano a tutte le Comunità Educative Pastorali Salesiane che è già da duemila anni che Gesù ci ha affidato il compito di annunciare la sua persona a tutto il mondo: a che punto siamo?

don Remo Ricci
direttore del Don Bosco

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