Com'è noto, anche la Chiesa ha un suo pensiero sulla globalizzazione, pensiero che rientra nella cosiddetta "dottrina sociale della Chiesa". E questa è incentrata sull'uomo, sulla sua dignità personale, sui suoi diritti e doveri in ogni ambito di vita, ossia nelle sue relazioni interpersonali che secondo centri concentrici vanno dal nucleo famigliare alle più diverse comunità piccole o grandi sino all'intera umanità.

Convegno Internazionale sulla globalizzazione promosso dall'Autorità Portuale di Genova.

La globalizzazione e i diritti dei popoli poveri

Il pensiero della Chiesa

 

All'interno delle più varie dottrine o comunque riflessioni sui problemi sociali, il pensiero della Chiesa ha una sua "specificità", perché si rifà ad una fonte conoscitiva originale, che è il Vangelo (inteso qui come sintesi e vertice dell'intera "rivelazione" di Dio). Certo, da questo punto di vista, solo il credente è direttamente interessato e coinvolto dal pensiero della Chiesa.

[omissis]

E' in questione, direttamente, il rapporto che esiste - o dovrebbe esistere - tra queste due realtà, la globalizzazione da un lato, e i diritti dei popoli poveri dall'altro. In tal senso l'analisi di questo rapporto preesige l'analisi delle due realtà in gioco.

[omissis]

Un primo spunto mi viene dalla lettura della globalizzazione nella prospettiva di un segno dei tempi; un tipo di lettura cui mi sollecita, tra l’altro, la grande disparità - se non addirittura una vera e propria contradditorietà - tra i giudizi che della globalizzazione vengono dati, ora mitizzandola, ora demonizzandola.

La prospettiva dei "segni dei tempi" coglie anzi tutto nella globalizzazione un fenomeno di ampie e profonde proporzioni, caratteristico della storia di questo periodo dell'umanità: un dato dal quale non si può prescindere. E neppure un dato estraneo all'uomo, marginale rispetto alla sua vocazione originaria; al contrario un dato tipicamente umano, che dell’uomo porta impresso il sigillo e che l’uomo potrebbe persino soccorrere nella realizzazione di quel dominio che, per delega di Dio e conformemente al suo disegno, egli dovrebbe esercitare sulla creazione tutta.

[omissis]

Due gli impegni che ne discendono per ciascuno di noi: "conoscere" il fenomeno e "governarlo". Col che – desidero sottolinearlo – ci troviamo ad aver compiuto, naturalmente e senza preannunciarlo, una precisa e responsabile scelta di campo, che esclude tanto l’inerzia di chi tutto pretenderebbe accettare nel nome di un mercato eretto a giudice e artefice dei nostri destini quanto la sterile opposizione di chi tutto pretenderebbe rifiutare senza neppure offrire il contributo di una proposta alternativa possibile.

[omissis]

Cardinale Dionigi Tettamanzi

In questo periodo, dando forse spazio ad una qualche fantasia, sono solito parlare dei diversi popoli che si stanno idealmente radunando intorno al G8.

E così ho parlato del "popolo di Seattle", con le sue contestazioni anche minacciose, rivolte non solo alla globalizzazione ma allo stesso G8, che pure del fenomeno ha dichiarato di volersi occupare non certo per subirne passivamente l’evoluzione, ma per governarne in qualche modo qualche aspetto.

Esiste intanto quello che ho chiamato "il popolo dei distratti, degli indifferenti e degli insofferenti", di quanti cioè, paghi della loro condizione di benessere economico-sociale, evitano ogni grave problematica e rifuggono da qualsiasi coinvolgimento nei drammi che toccano l’umanità, quindi anche in quelli che all’umanità vengono e potranno venire dalla globalizzazione; ne rifuggono e, per maggior sicurezza, talvolta addirittura li censurano.

Ma esiste anche il popolo, che mi auguro sempre più folto, di "coloro che, vigili e impegnati, si mettono in ascolto della voce dei poveri". E, tra poco, vedremo chi.

Ed esiste "il popolo dei poveri". E' questo il destinatario naturale e primo dell’attenzione dei Capi di Stato e di Governo che costituiscono il G8 e di tutti i popoli che intorno al G8 si radunano. Eppure, paradossalmente, di quel popolo potremmo anche dimenticarci, dedicandogli solo qualche fuggevole menzione, e così negandogli anche una presenza che direttamente non potrà avere, e che solo la sensibilità dei partecipanti al vertice e, più generalmente, al dibattito gli potrà dare. Perché ciò non accada, occorrerà anzi tutto che sappiamo riconoscerne la voce.

E' una voce, quella dei poveri, che insieme ad altre voci risuona nel nostro mondo, in questo momento storico così complesso ed enigmatico, in rapidissima e radicale evoluzione. In realtà, ha un modo tutto suo di "risuonare", un modo che condivide soltanto con Dio. E questo è un aspetto religioso sì, anche profondamente umano di particolare interesse.

[omissis]

Direi: anzi tutto, la voce del potere economico-finanziario, una voce fortissima e che finisce spesso per sovrastare tutte le altre. E poi la voce del potere politico, una voce legittima e doverosa ma già tanto più debole. E ancora la voce della società civile, ossia di quanti qua e là dicono o gridano i diritti fondamentali dell’uomo e dell'ambiente, una voce anche più debole di quella politica, anche se capace di qualche acuto.

E, buona ultima, "la voce sottile del silenzio": voce inascoltata dei popoli poveri; voce muta di popoli muti; muto grido disperato di coloro cui si vorrebbe negare ogni diritto, anche alla voce. E proprio questo, muto, è, come dicevo, l’altro grande popolo, di gran lunga il maggiore di tutti, che partecipa di diritto – col rischio di non esserci di fatto! – al raduno ideale dei popoli intorno al G8.

[omissis]

E ancora: "Noi desideriamo farci voce di questi popoli, poveri e giovani. Per loro vogliamo invocare giustizia e solidarietà. Ma la giustizia - pilastro fondamentale e irrinunciabile della convivenza umana - può affermarsi soltanto là dove sono difesi e promossi i diritti umani non solo di alcuni ma di tutti, a cominciare dai diritti dei più deboli ed emarginati. Solo così si può camminare verso la vera democrazia, nella quale tutti godono effettivamente di uguaglianza e di partecipazione responsabile.

D'altra parte, la stessa giustizia ha bisogno di un'anima che la vivifichi e la sorregga, e questa non può che essere la solidarietà: una solidarietà consapevole e forte… che, oggi, nel contesto della globalizzazione in atto, esige di attuarsi secondo un orizzonte propriamente mondiale" (n. 4).

Ora, proprio in rapporto ai fondamentali diritti umani e ai principi di giustizia e di solidarietà, ci chiediamo chi e come deve intervenire a favore dei popoli poveri. Non c'è dubbio che devono intervenire gli operatori economici e finanziari.

[omissis]

Un mercato globale cosiffatto non può riconoscere i diritti dei popoli poveri, perché - per usare le parole di Kofi Annan, segretario generale dell'ONU, "una larga parte della popolazione mondiale è completamente fuori dal mercato globale. Non produce né consuma praticamente niente".

Perché il mercato globale possa riconoscere i diritti dei popoli poveri e venir loro incontro occorre una duplice "regolamentazione" : quella "interna", che passa attraverso la riscoperta del legame tra economia-finanza ed etica (un legame che, se rispettato, torna a vantaggio della stessa economia), e quella "esterna", che si collega a un controllo da parte del corpo sociale, specie con l'intervento politico (cfr. Centesimus annus, 31 e 58). Ora poi che il commercio e le comunicazioni non sono più costretti entro i confini del Paese di appartenenza, "è il bene universale a esigere che la logica intrinseca al mercato sia accompagnata da meccanismi di controllo. Ciò è essenziale al fine di evitare di ridurre tutti i rapporti sociali a fattori economici e di tutelare quanti sono vittime di forme di esclusione e di emarginazione" (Giovanni Paolo II, Discorso ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, 27 aprile 2001).

[omissis]

Noi giustamente ci gloriamo della democrazia che abbiamo saputo costruire lungo i millenni e tante volte difendere, o riconquistare quando perduta; ci gloriamo della democrazia e del welfare, ma entrambi siamo chiamati a proteggere dalla nuova insidia di una iper-competizione tra tutti, inclusi i cosiddetti "sistemi-paese", ed offrirli a quei popoli poveri che tuttora non li conoscono.

Orbene, la storia ci insegna che la democrazia è cresciuta nei secoli per via di "acquisizioni", di inclusioni successive di popoli o gruppi emarginati che progressivamente sono stati ammessi al diritto di una paritaria partecipazione alla formazione delle decisioni sulle regole e sui destini comuni.

[omissis]

In particolare voglio far notare che l'allargamento a tutti i popoli della democrazia non è questione di sistematica ingerenza nelle vicende interne di altri Stati sovrani, ma questione di promozione di nuovi e diversi meccanismi di "globalizzazione", capaci di sostenere anche tra gli "ultimi" la persona, con la consapevolezza della propria dignità e con i diritti che ciò comporta, a partire dall’assunzione di responsabilità, che è diritto e dovere ad un tempo.

Se si vuole, si potrebbe parlare di "ingerenza umanitaria", visto che la miseria annienta la persona, annulla dignità e consapevolezza di dignità, svuota la volontà, toglie la capacità stessa di prendere in mano il proprio destino. Ricuperare questo nerbo personale non è nelle possibilità del misero, lasciato a sé, nel contesto perverso in cui lo svuotamento spirituale e fisico si è prodotto; può farsi solo in presenza di condizioni economiche e sociali radicalmente diverse da quelle di oggi e correttamente orientate. Creare nel mondo che si globalizza le premesse per questo cambiamento è dovere primario e inderogabile di ogni democrazia.

[omissis]

Come tutti sanno, il "debito estero" ha raggiunto dimensioni tali da strozzare le economie di quei Paesi e da bloccarne ogni possibile sviluppo. D'altra parte esso non ha ragion d'essere, almeno in questi termini, e l'ostinazione della comunità internazionale nel considerarlo vivo e obbligante sembra giustificarsi solo per le difficoltà che la cancellazione provocherebbe alla finanza internazionale o, ancor più, per la volontà di alcuni governi di mantenere un vero e proprio dominio sul mondo, quando, invece, l'etica, il diritto e la stessa economia convergono nell'esigerne la cancellazione, in misura rilevante e specificamente determinata per ciascun Paese.

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Globalizzazione: una sfida copertina del libro

Tutto ciò conduce ad una sola possibile conclusione: assuma il G8 di Genova un impegno definitivo e obbligante sulla remissione del debito dei Paesi poveri. So che si sostiene da più parti che la decisione è presa e non occorre insistere: ma, in questa materia, preferiscono peccare per zelo che per omissione!

Ma, rimesso che sia il debito, ancora dovremmo ripensare totalmente il nostro rapporto economico e commerciale con il "sud" del mondo. La "cooperazione per lo sviluppo", infatti, non ha mancato i suoi obiettivi solo per disfunzioni operative anche gravi, che pure ci sono state: non ha saputo aiutare gli "ultimi" perché la formula dell'aiuto "da Stato a Stato" si è dimostrata intrinsecamente incapace di raggiungerli.

[omissis]

C’è un continente che rischia di affondare e di scomparire: l’Africa, il "continente nero". E c’è una malattia che particolarmente concorre a materializzare questa minaccia, pur se in Africa non è certo la sola e pur se non colpisce solo lì. Due emergenze planetarie, una focalizzata su di un continente, l'altra su di una malattia, si saldano lì nella promessa di una tragica sconfitta per l'umanità, proprio quando maggiori sono le nostre capacità di intervento, almeno sul piano scientifico e tecnologico.

Proprio in questi giorni (25-27 giugno) che vedono lo svolgersi a New York di una Sessione speciale dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, incaricata di esaminare nei suoi diversi aspetti il problema dell'HIV/AIDS, il Papa ha inviato a Kofi Annan un Messaggio di grande interesse. In esso leggiamo: "L'epidemia di HIV/AIDS rappresenta indubbiamente una delle catastrofi più grandi della nostra epoca, in particolare per l'Africa. Non si tratta di un mero problema di salute, visto che l'infezione ha conseguenze drammatiche sulla vita sociale, economica e politica delle popolazioni". Di qui il plauso per l'annunciata prossima creazione del Fondo mondiale "AIDS e salute", e insieme l'appello rivolto alla comunità internazionale che "non può ignorare la sua responsabilità morale" e che nella lotta contro l'epidemia "si deve ispirare a una visione costruttiva della dignità dell'uomo e investire sulla gioventù, aiutandola a sviluppare una maturità affettiva responsabile".

Vengono poi richiamati due importanti problemi. Il primo: "La trasmissione dell'HIV/AIDS dalla madre al bambino è una questione estremamente dolorosa. Mentre nei Paesi industrializzati, grazie a terapie adeguate, si è riusciti a ridurre sensibilmente il numero di bambini che nascono con il virus, nei Paesi in via di sviluppo, in particolare in Africa, quelli che vengono al mondo con l'infezione sono molto più numerosi, il che costituisce una grave sofferenza per le famiglie e la comunità…". Il secondo problema è "quello dell'accesso dei malati di AIDS alle cure mediche e, nei limiti del possibile, alle terapie anti-retrovirus. Sappiamo che i prezzi di questi medicinali sono eccessivi, a volte persino esorbitanti, rispetto alle possibilità dei cittadini dei Paesi più poveri…". Riferendosi poi al fatto che "La proprietà privata stessa ha per sua natura anche una funzione sociale che si fonda sulla legge della comune destinazione dei beni" (Gaudium et spes, n. 71, Centesimus annus, n. 30), il Papa chiede "ai Paesi ricchi di rispondere ai bisogni dei malati di AIDS dei Paesi poveri con tutti i mezzi disponibili, affinchè quegli uomini e quelle donne provati nel corpo e nell'anima possano avere accesso ai medicinali di cui hanno bisogno per curarsi" (Messaggio del 21 giugno 2001, in L'Osservatore Romano, 27 giugno 2001, p. 5).

[omissis]

L´Arcivescovo di Genova
Dionigi Card. Tettamanzi

Ringrazio per la segnalazione il
dott Venzano

Genova    Palazzo San Giorgio, 28/6/2001


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